Arrivò a credere che nella storia del mondo forse c'era più castigo che delitto. Ma non ne trasse grande conforto.
[La strada - McCarthy]
Visualizzazione stampabile
Arrivò a credere che nella storia del mondo forse c'era più castigo che delitto. Ma non ne trasse grande conforto.
[La strada - McCarthy]
"La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri,
si è innamorata ieri e ancora non lo sa"
D. Pennac
"Si deve ricordare che la Chiesa Cattolica, come tutte le altre chiese, è fondamentalmente un business, un'industria, la cui struttura e operatività vanno viste in tale ottica. E' solo una questione di tornaconto. Ciò vale anche per ogni Stato e per il suo governo, non escluso il Vaticano." ["Il libro che nessun papa ti farebbe mai leggere", Tim C. Leedom]
La proibizione dei medici d'uscire dopo il tramonto m'ha costretto da mesi nei confini del mondo diurno. Ma non è soltanto questo: è che trovo nella luce del giorno, in questa luminosità diffusa, pallida, quasi senz'ombre, una oscurità più densa di quella della notte
Se una notte d'inverno un viaggiatore (sporgendosi dalla costa scoscesa) - Italo Calvino
Questa vale?
'Qu’est-ce que le Tiers État? Tout. Qu’a-t-il été jusqu’à présent dans l’ordre politique? Rien.
Que demande-t-il? À être quelque chose.'
[...] Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell'aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia [...]
Le correzioni, Franzen J.
"Facevo pulizia in camera stamattina,rovistavo in una specie di baule pieno di vecchie cose,
cercando di decidere cosa tenere e cosa buttare.
Sono sempre stata il tipo che conserva tutto,
sul genere “teniamo questo scontrino della gelateria pincopallo che c’è anche su la data così quando tra vent’anni lo riprenderò in mano mi ricorderò cosa ho fatto e con chi ero quel giorno”.
Ovviamente dieci anni dopo ho in mano lo scontrino della gelateria pincopallo e non ho assolutamente idea di cosa ho fatto o con chi ero quel giorno.
Suppongo questo non giochi a favore dello scontrino della gelateria pincopallo nella mia decisione tra cosa tenere e cosa buttare.
Insomma sono qui che scovolo tra un vecchio diario e una bomboniera,
una foto e un biglietto di auguri,
quando mi capita tra le mani un bigliettino in cartone rosso,
ritagliato – male, ma in modo da farti pensare che di meglio, date le circostanze, non si sarebbe potuto fare – a forma di cuore, con su una scritta in penna oro, di quelle che al tempo in cui io facevo le elementari erano il non plus ultra dell’esperienza calligrafica, e che tua mamma non ti comprava neanche morta perché punto primo non ho idea di dove le vendano e punto secondo cosa te ne fai di una penna oro quando la maestra per i dettati e i compiti a casa vuole soltanto la replay blu o nera?
la scritta sul cuore, nel più amorevole dei corsivi, recita:
vuoi essere la mia valen (a capo, doppia lineetta dopo la enne) tina?
Mi ritrovo a fissare questo pezzo di carta come Proust a suo tempo deve aver fissato la madeleine,
aspettando che il ricordo mi passi attraverso la pelle e poi su dritto fino al cervello,
sperando di non aver dimenticato anche questo oltre alla gelateria pincopallo e al resto delle cose da buttare, scansionando l’hard disk in cerca di un appiglio,
liceo no ginnasio no scuola media no elementari bingo!
Eccoti là.
Eri il ragazzo più grasso di tutta la scuola,
il più grasso e il più intelligente,
in realtà non ci voleva molto,
erano le elementari e gli altri maschi della scuola a tutto pensavano meno che a leggere, ma tu no,
tu leggevi, e la maestra leggeva sempre il tuo tema a alta voce prima di restituirtelo,
il mio e il tuo insieme, di solito,
avevi gli occhi grandi scuri e buoni ed eri proprio tanto grasso
ma a me non importava niente, mi divertivo più con te che con tutti gli altri,
ci prendevano anche in giro ma capirai,
non ero certo una miss universo io,
con le mie ballerine oro e i vestiti presi in prestito dalle figlie delle zie.
Era l’ultimo anno, avevamo vent’anni in due, era san valentino e io avevo appena appoggiato la cartella sotto il banco,
momento, forse era uno zaino, ad ogni modo mi ero appena seduta e sul banco c’era quel bigliettino,
e io l’avevo guardato e mi ero sentita la cogliona più felice del mondo,
quella scritta in penna oro che andava a capo perché non c’era spazio abbastanza,
riprodotta uguale sul retro, giusto tu potevi essere, non era neanche una domanda vera,
eravamo troppo piccoli per porci il problema,
eppure c’era questa consapevolezza strana, questo dirsi
ecco, se a dieci anni esistesse davvero qualcuno per cui perdere la testa o magari tenersela, per una volta, se uno come me, dieci anni e cento chili di peso, potesse anche solo sognarsela una valentina, allora io
(senza impegno, chiaro, e sperando che tu non scoppi a ridere)
io vorrei
(che poi la smetto subito e ricomincio a leggere, c’è questo libro troppo divertente su quattro ragazzi un cane e le loro avventure, se vuoi te lo presto, passi a casa mia dopo la scuola così magari facciamo anche i compiti insieme)
io vorrei
(visto, abbiamo di nuovo preso lo stesso voto nel tema, ti volti e sorridi e la maestra ride un po’ anche lei, chissà, forse l’ha visto anche lei il mio cuore)
io vorrei che la mia valentina fossi tu
E allora all’intervallo ti ho portato in cortile tirandoti per la maglietta, ti ho portato in fondo dove non c’era nessuno degli altri, a me non importava ma sapevo che tu preferivi non essere visto, e ti ho dato un bacio, tu hai fatto finta di svenire e sei cascato davvero, all’indietro e in un cespuglio, e io ridevo e ridevi anche tu, perché sapevi che non stavo ridendo di te, stavamo ridendo insieme, noi due, di tutto il resto, come sto ridendo io adesso, seduta per terra col tuo bigliettino in mano, un cuore storto e rosso tagliato fuori e dentro i bordi, che è facile immaginarti lì coi tuoi ditini cicciotti e le forbici, attento a non sbagliare, e questo corsivo tremendo, che balbetta come balbettavi tu, ma la scritta in oro, perché in fondo, sotto tutti gli strati, davvero non eri altro, tu, nient’altro che oro.
Quel che resta è questo biglietto,
e pensarci mi rende ancora felice,
quasi vent’anni dopo,
grazie.
Per la madeleine, e tutto il resto."
Da Vienimi nel cuore
Atterdel: -La porterete a Daschenbach, è una spiaggia ideale per i bagni d'onda. Tre giorni. Un immersione al mattino e una nel pomeriggio. Chiedete del dottor Taverner, vi procurerà tutto il necessario. Questa è una lettera di presentazione per lui. Tenete.
Il barone prese la lettera senza nemmeno guardarla.
- Ne morirà - disse.
- E' possibile. Ma molto improbabile.
Solo i grandi dottori sanno essere così cincamente esatti.
Atterdel era il più grande.
- Mettiamola così, Barone: voi potete tenere quella ragazzina qui dentro per anni, a passeggiare su tappeti bianchi e a dormire in mezzo a uomini che volano. Ma un giorno un'emozione che non riuscirete a prevedere se la porterà via. Amen. Oppure accettate il rischio, seguite le mie prescrizioni e sperate in Dio. Il mare vi restituirà vostra figlia. Morta, forse. Ma, se viva, viva davvero.
Cinicamente esatto.
Il barone era rimasto immobile, con la lettera in mano, a metà strada tra lui e il medico vestito di nero.
- Voi non avete figli.
- Questo è un fatto di nessuna importanza.
- Comunque non ne avete.
Guardò la lettera e lentamente la posò sul tavolo.
- Elisewin rimarrà qui.
Un attimo di silenzio, ma solo un attimo.
- Neanche per sogno.
Questo era Padre Pluche. In realtà la frase che era partita dal suo cervello era più complessa e si avvicinava di più a una cosa come "Forse è il caso di rimandare qualsiasi decisione dopo aver serenamente riflettuto a ciò che.." una cosa così.
Ma " Neanche per sogno" era chiaramente una proposizione più agile e veloce, e non fece gran fatica a sgusciare tra le maglie dell'altra ed affiorare sulla superficie del silenzio come una boa imprevista e imprevedibile.
- Neanche per sogno.
Era la prima volta in sedici anni, che Padre Pluche osava contraddire il barone su una questione pertinente la vita di Elisewin.
Provò una strana ebbrezza: come se si fosse appena buttato dalla finestra. Era un uomo di un certo spirito pratico: già che era lì, per aria, decise di provare a volare.
- Elisewin andrà fino al mare. Ce la porterò io. E se ci sarà bisogno ci rimarremo mesi, anni, fino a che non troverà la forza di affrontare il mare e tutto il resto. E alla fine tornerà: viva.
Qualsiasi altra decisione sarebbe un'idiozia, peggio, una viltà. E se Elisewin ha paura, non dobbiamo averla noi, e non ce l'avrò io. A lei non importa nulla di morire, è vivere che vuole. E quel che vuole, l'avrà.
Parlava da non crederci, Padre Pluche. Da non credere che fosse lui.
- Voi Dottor Atterdel, non capite niente di uomini, e di padri e di figli, niente. E per ciò io vi credo. La verità è sempre disumana. Come voi. Io so che non vi sbagliate. Ho pena di voi, ma le vostre parole le ammiro. E io che non ho mai visto il mare, fino al mare me ne andrò, perchè me l'han detto le vostre parole. E' la cosa più assurda, ridicola e insensata che mi potesse capitare di fare. Ma non c'è un uomo, in tutte le terre di Carewall, che potrà impedirmi di farla. Nessuno.
Raccolse la lettera dal tavolo e se la mise in tasca.
Aveva il cuore che gli sbatteva dentro come un matto, le mani che gli tremavano e uno strano ronzio nelle orecchie.
Non c'era da stupirsi, pensò: non capita tutti i giorni di riuscire a volare.
Poteva succedere qualsiasi cosa, in quell'istante.
Davvero ci sono momenti in cui l'onnipresente e la logica rete delle sequenze casuali si arrende, colta di sorpresa dalla vita, e scende il platea, mescolandosi tra il pubblico, per lasciare che sul palco, tra le luci di una libertà vertiginosa e improvvisa, una mano invisibile peschi nell'infinito grembo del possibile e tra milioni di cose, una sola ne lasci accadere.
Nel triangolo silenzioso di quei tre uomini, passarono tutte, le cose a milioni che vi sarebbero potute esplodere, in processione, ma in un lampo, fino a che, diradatosi il bagliore e il polverone, una sola, minuta, apparve, nel cerchio di quel tempo e di quello spazio, sforzandosi con qualche pudore di accadere.
E accadde.
Che il barone - il Barone di Carewall - prese a piangere, senza nemmeno nascondere il volto tra le mani, ma solo lasciandosi andare contro lo schienale del suo sontuoso sedile, come vinto dalla stanchezza, ma anche come liberato da un peso enorme.
Come un uomo finito, ma anche come un uomo salvato.
Piangeva, il barone di Carewall.
Le sue lacrime.
Padre Pluche immobile.
Il dottor Atterdel, senza parole.
E nient'altro.
Da Oceanomare
"Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore.
Quelli che diventano pensosi.
Ci sono quelli che parlano del più e del meno,
neanche del morto,
di piccole cose domestiche,
ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia,
ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta
e ci sono quelli che annegano nelle lacrime che versano.
Ci sono quelli che sono contenti,
sbarazzati di qualcuno,
ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto,
tentano,
ma non ce la fanno,
il morto ha portato con sé la propria immagine,
ci sono quelli che vedono il morto ovunque,
vorrebbero cancellarlo,
vendono i suoi tre stracci,
bruciano le sue foto,
traslocano,
ci riprovano con un vivo,
ma niente da fare,
il morto è sempre lì,
nel retrovisore.
Ci sono quelli che fanno il picnic al cimitero
e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa.
Ci sono quelli che non mangiano più,
quelli che bevono,
quelli che si domandano se il loro dolore
è autentico
o costruito.
Ci sono quelli che si ammazzano di lavoro
e quelli che finalmente si prendono una vacanza.
Ci sono quelli che trovano la morte scandalosa
e quelli che la trovano naturale
con-l’età-per-cui,
circostanze-che-fanno-sì-che...
è la guerra,
la malattia,
la moto,
la macchina,
l’epoca,
il destino,
la vita,
ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.
E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi.
Che si mettono a correre,
per esempio.
A correre come se non dovessero mai più fermarsi."
Da La fata carabina
- Che succede, Pekish? - Schifezze - rispose. - Cosa sono le schifezze? - Sono cose che nella vita non bisogna fare. - E ce n'è tante? -Dipende. Se uno ha tanta fantasia, può fare molte schifezze. Se uno è scemo magari passa tutta la vita e non gliene viene in mente nemmeno una. La cosa si complicava. Pekish se ne accorse. Si tolse gli occhiali e lasciò perdere Jobbard, i tubi e le altre storie. - Mettiamola così. Uno si alza al mattino, fa quel che deve fare e poi la sera va a dormire. E li i casi sono due: o è in pace con se stesso, e dorme, o non è in pace con se stesso e allora non dorme. Capisci? - Si. - Dunque bisogna arrivare alla sera in pace con se stessi. Questo è il problema. E per risolverlo c'è una strada molto semplice: restare puliti. - Puliti? - Puliti dentro, che vuol dire non aver fatto niente di cui doversi vergognare. E fin qui non c'è niente di complicato. - No. - Il complicato arriva quando uno si accorge che ha un desiderio di cui si vergogna: ha una voglia pazzesca di qualcosa che non si può fare, o è orrendo, o fa del male a qualcuno. Okay? - Okay. - E allora si chiede: devo starlo a sentire questo desiderio o devo togliermelo dalla testa? - Già. - Già. Uno ci pensa e alla fine decide. Per cento volte se lo toglie dalla testa, poi arriva il giorno che se lo tiene e decide di farla quella cosa di cui ha tanta voglia: e la fa: ed eccola li la schifezza. - Però non dovrebbe farla, vero, la schifezza? - No. Ma sta' attento: dato che non siamo calzini ma persone, non siamo qui con il fine principale di essere puliti. I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire per star dietro ad un proprio desiderio. Si fa la schifezza e poi si paga. E' solo questo davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante. Pehnt stette un po' a pensare. - Ma quante volte lo si può fare? - Cosa? - Fare schifezze. - Non troppe, se si vuole riuscire a dormire ogni tanto. - Dieci? - Magari un po' meno. Se sono vere schifezze, un po' meno. - Cinque? - Diciamo due. poi se ne scappa qualcun'altra. - Due? - Due."
...
"P.S. Ho smarrito un amico che si chiamava Pehnt. Era un ragazzo intelligente. Ne sapete mica qualcosa ?"
"Vecchio, benedetto, Pekisch,
questo non me lo devi fare. Non me lo merito. Io mi chiamo ancora Pehnt, e sono ancora quello che se ne stava sdraiato per terra a sentire la voce nei tubi, come se quella arrivasse davvero, e invece non arrivava. Non è mai arrivata. E io adesso sono qui. Ho una famiglia, ho un lavoro e la sera vado a letto presto. Il martedì vado a sentire i concerti che danno alla Sala Trater e ascolto musiche che a Quinnipak non esistono : Mozart, Beethoven, Chopin. Sono normali, eppure sono belle. Ho degli amici con cui gioco a carte, parlo di politica fumando il sigaro e la domenica vado in campagna. Amo mia moglie, che è una donna intelligente e bella. Mi piace tornare a casa e trovarla lì, qualsiasi cosa sia successa nel mondo quel giorno. Mi piace dormire vicino a lei e mi piace svegliarmi insieme a lei. Ho un figlio e lo amo anche se tutto fa supporre che da grande farà l'assicuratore. Spero che lo farà bene e che sarà un uomo giusto. La sera vado a letto e mi addormento. E tu mi hai insegnato che questo vuol dire che sono in pace con me stesso. Non c'è altro. Questa è la mia vita. Io lo so che non ti piace, ma non voglio che tu me lo scriva. Perché voglio continuare ad andare a letto, la sera, e addormentarmi.
Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. Mai visto niente del genere, a Quinnipak. Ma forse proprio per questo, io ci sto bene. A Quinnipak si ha negli occhi l'infinito. Qui, quando proprio guardi lontano, guardi negli occhi di tuo figlio. Ed è diverso.
Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è una cosa spregevole. E' bello. E poi chi l'ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l'impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà ? E' proprio obbligatorio essere eccezionali ?
Io non lo so. Ma mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente : nemmeno delle mie soprascarpe. C'è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli.
Si guardava sempre l'infinito, a Quinnipak, insieme a te. Ma qui non c'è l'infinito. E così guardiamo le cose, e questo ci basta. Ogni tanto, nei momenti più impensati, siamo felici.
Andrò a letto, questa sera, e non mi addormenterò. Colpa tua, vecchio, maledetto Pekisch.
Ti abbraccio. Dio sa quanto ti abbraccio.
Pehnt, assicuratore."
Da Castelli di rabbia
"Non riesco a far smettere di piangere il mio cuore.
Fuori il mio viso di circostanza è sempre integro.
Adoro la pioggia.
Adoro il sapore della pioggia.
Un profumo madido e intenso, zuccheroso come le fiere dei Luna Park che vendono torroni, caramelle e zucchero filato..
E improvvisamente da dolciastro si fa amaro e selvatico come la baia di qualche oceano e puoi vedere le onde che si infrangono e sentire spruzzi vaporosi sfiorarti le caviglie.
Adoro il profumo della pioggia.
Adoro il suono della pioggia.
Un suono preciso, come un orologio che non è il mio.
Nenia incessante, come la ninnananna della buonanotte che si ripete ai bambini per farli addormentare.
Rassicurante pioggia, compagna di notti passate sveglia ad ascoltare il suo malinconico concerto di solitudine e nemmeno immaginare di essere stretta a qualcuno, perchè lei era troppo, per essere divisa con un altro paio di orecchie.
Non ho voglia di fare niente.
Vorrei stare tutta la vita ad aprire gli occhi la mattina e richiuderli la sera.
Nel mezzo, respirare.
Solo questo.
La depressione non è quella che si pensa di solito, è solo questo.
Non è uno stato preciso; un momento transitorio, forse, ma non ha delle caratteristiche ben definite, non come agognerebbero gli psicologi, almeno.
E' solo questo, una parola: depressione.
E' solo un insieme di mille domande, e mille non-risposte, un'assenza di voglia di andare avanti, e poi è tutto quello che hai intorno e ti dà la nausea e che non è più nel posto giusto sulla mensola, anche se quella sistemazione l'avevi data tu.
O forse è il buio,quello di cui gli uomini preistorici avevano così timore, prima di scoprire il fuoco.
O forse è quello che ci sta dentro, al buio.
E dentro al buio ci sei solo tu, ed è questo che spaventa davvero; la depressione è la consapevolezza di arrivare a quello che si è realmente, e l'inevitabile paura di trovarsi di fronte a qualcosa che non ci piace, la paura di non sapersi affrontare, e migliorare.
Così, semplicemente ti lasci andare nel tuo piccolo dolore personale, ti lasci cullare dalla svogliatezza di metterci rimedio.
Tutto qui.
Molto più facile di quello che si paga per cercare di guarire.
E' la tristezza più avvolgente.
Il dolore meno pungente, ma più costante.
E' una scatola nera senza uscite.
Un cubo di Rubick mancante della combinazione finale."
Da Io non chiedo permesso
La sera Hervé Joncour preparò i bagagli.
Poi si lasciò portare nella grande stanza lastricata di pietra, per il rito del bagno.
Si sdraiò, chiuse gli occhi, e pensò alla grande voliera, folle pegno d’amore.
Gli posarono sugli occhi un panno bagnato.
Non lo avevano mai fatto prima.
Istintivamente fece per toglierselo ma una mano prese la sua e la fermò.
Non era la mano vecchia di una vecchia.
Hervé Joncour sentì l’aqua colare sul suo corpo, sulle gambe prima, e poi lungo le braccia, e sul petto. Acqua come olio. E un silenzio strano, intorno. Sentì la leggerezza di un velo di seta che scendeva su di lui. E le mani di una donna -di una donna- che lo asciugavano accarezzando la sua pelle, ovunque: quelle mani e quel tessuto filato di nulla.
Lui non si mosse mai, neppure quando sentì le mani salire dalle spalle al collo e le dita- la seta e le dita- salire fino alle sue labbra, e sfiorarle, una volta, lentamente, e sparire.
Hervé Joncour sentì ancora il velo di seta alzarsi e staccarsi da lui.
L’ultima cosa fu una mano che apriva la sua e nel suo palmo posava qualcosa.
Aspettò a lungo, nel silenzio, senza muoversi.
Poi lentamente si tolse il panno bagnato dagli occhi.
Non c’era quasi più luce, nella stanza.
Non c’era nessuno, intorno.
Si alzò, prese la tunica che giaceva piegata per terra, se la appoggiò sulle spalle, uscì dalla stanza, attraversò la casa, arrivò davanti alla sua stuoia, e si sdraiò.
Si mise a osservare la fiamma che tremava, minuta, nella lanterna.
E, con cura, fermò il Tempo, per tutto il tempo che desiderò.
Fu un nulla, poi, aprire la mano, e vedere quel foglio. Piccolo. Pochi ideogrammi disegnati uno sotto l’altro. Inchiostro nero.
A Lavilledieu la vita scorreva semplice, ordinata da una metodica normalità.
Hervé Joncour se la lasciò scivolare addosso per quarantun giorni. Il quarantaduesimo si arrese, aprì un cassetto del suo baule da viaggio, tirò fuori una mappa del Giappone, la aprì e prese il foglietto che vi aveva nascosto dentro, mesi prima. Pochi ideogrammi disegnati uno sotto l'altro. Inchiostro nero. Si sedette alla scrivania, e a lungo rimase a osservarlo.
Trovò Baldabiou da Verdun, al biliardo. Giocava sempre da solo, contro se stesso. Partite strane. Il sano contro il monco, le chiamava. Faceva un colpo normalmente, e quello dopo con una mano sola. Il giorno che vincerà il monco -diceva- me ne andrò da qesta città.
Da anni, il monco perdeva.
-Baldabiou, devo trovare qualcuno, qui, che sappia leggere il giapponese.
Il monco staccò un due sponde con effetto a rientrare.
-Chiedi a Hervé Joncour, lui sa tutto.
-Io non ne capisco niente.
-Sei tu il giapponese, qui.
-Ma non ci capisco niente lo stesso.
Il sano si chinò sulla stecca e fece partire una dandella da sei punti.
-Allora non resta che Madame Blanche. Ha un negozio di tessuti, a Nîmes. Sopra il negozio c'è un bordello. Roba sua anche quella. È ricca. Ed è giapponese.
-Giapponese? E come ci è arrivata qui?
-Non chiederglielo, se vuoi avere qualcosa da lei.
Merda.
Il monco aveva appena sbagliato un tre sponde da quattordici punti.
A sua moglie Hélène, Hervé Joncour disse che doveva andare a Nîmes, per affari. E che sarebbe tornato il giorno stesso.
Salì al primo piano, sopra il negozio di tessuti, al 12 di rue Moscat, e chiese di Madame Blanche. Lo fecero aspettare a lungo. Il salone era arredato come per una festa iniziata da anni e finita mai più. Le ragazze erano tutte giovani e francesi. C'era un pianista che suonava, con la sordina, motivi che sapevano di Russia. Alla fine di ogni pezzo si passava la mano destra tra i capelli e mormorava piano.
-Voilà.
Hervé Joncour attese per un paio d'ore. Poi lo accompagnarono lungo il corridoio, fino all'ultima porta. Lui l'aprì, ed entrò.
Madame Blanche era seduta su una grande poltrona, accanto alla finestra. Indossava un kimono di stoffa leggera: completamente bianco. Alle dita, come fossero anelli, portava dei piccoli fiori di color blu intenso. I capelli neri, lucidi, il volto orientale, perfetto.
-Cosa vi fa pensare di essere così ricco da poter venire a letto con me?
Hervé Joncour rimase in piedi, davanti a lei, con il cappello in mano.
-Ho bisogno di un favore da voi. Non importa a che prezzo.
Poi prese nella tasca interna della giacca un piccolo foglio, piegato in quattro, e glielo porse.
-Devo sapere cosa c'è scritto.
Madame Blanche non si mosse di un millimetro. Teneva le labbra socchiuse, sembravano la preistoria di un sorriso.
-Vi prego, madame.
Non aveva nessuna ragione al mondo per farlo. Eppure prese il foglio, lo aprì, lo guardò. Alzò gli occhi su Hervé Joncour, li rabbassò. Richiuse il foglio, lentamente. Quando si sporse in avanti, per restituirlo, il kimono le si aprì di un nulla, sul petto. Hervé Joncour vide che non aveva niente, sotto, e che la sua pelle era giovane e candida.
-Tornate, o morirò.
Lo disse con voce fredda, guardando Hervé Joncour negli occhi, e senza farse sfuggire la minima espressione.
Tornate, o morirò.
Hervé Joncour rimise il foglietto nella tasca interna della giacca.
-Grazie.
Accennò un inchino, poi si voltò, andò verso la porta e fece per posare alcune banconote sul tavolo.
-Lasciate perdere.-
Hervé Joncour esitò un attimo.
-Non parlo dei soldi.
Parlo di quella donna.
Lasciate perdere.
Non morirà e voi lo sapete.-
Senza voltarsi, Hervé Joncour appoggiò le banconote sul tavolo, aprì la porta e se ne andò.
Da Seta
Il legno sembra fermo, ma è sottoposto a pressioni interne che lentamente lo spaccano.
La ceramica si rompe, fa subito mostra dei suoi cocci rotti.
Il legno no, finché può nasconde, si lascia torturare ma non confessa.
Io sono di legno.
Giulia Carcasi, Io sono di legno.
"La fedeltà è per la vita emotiva ciò che la coerenza è per la vita intellettuale: una semplice confessione di fallimento."
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray.
A proposito, ti ho mai detto che cosa mi aveva attratto verso Pitagora? Il fatto che è stato lui ad inventare la parola amicizia, lo sapevi? Quando gli chiesero che cos'era un amico, lui rispose: "Colui che è l'altro me stesso, come accade ai numeri 220 e 284". Due numeri sono amici o amicabili se ognuno di essi è la somma di tutti i divisori dell'altro (esclusi i numeri stessi). I due numeri amicabili più celebri del Pantheon Pitagorico sono appunto 220 e 284, che formano una bella coppia. Puoi fare la prova, se hai tempo. E noi due siamo amici? Quali sono i tuoi divisori? E i miei? Forse è arrivato il momento di fare la somma dei nostri divisori.
Il Teorema Del Pappagallo, Denis Guedj
"But I... want to thank you, Dylan."
"For what?"
Alek raised his empty hands, and for a moment Deryn thought he would cry again. But he only said, "For knowing who I am."
He put his arms around her then, a rough embrace that lasted only a moment. Then he turned and hurried from the machine room, headed for the fallen Stormwalker.
As the door swung shut, Deryn shivered, the strangest feeling creeping through her. Where Alek's arms had wrapped around her shoulders and odd kind of tingling was left behinf - like the crackle along the airship's skin when distant lightning kindled the sky.
Deryn put her own arms around herself, but it didn't feel the same.
"Barking spiders," she muttered softly, and turned to check the eggs again.
Leviathan - Scott Westerfeld
Cioè, non sono particolarmente romantica, ma questa parte mi ha quasi fatto piangere. E devo, devo sapere cosa succederà ora tra di loro!
[...] <<ma quando il dolore è superato, il ricordo diventa spesso un piacere. [...]>>
[...] Emmi, mi scriva. Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente.
(...) non ho quasi mai avuto tempo da dedicare alla morte; avevo ben altro a cui pensare, a trovare un po' di pane, a scansare il lavoro massacrante, a rappezzarmi le scarpe, a rubare una scopa, a interpretare i segni e i visi intorno a me. Gli scopi della vita sono la difesa ottima contro la morte: non solo in Lager.
Primo Levi, I sommersi e i salvati
– Non è questo il punto, – dissi. – Non è una questione di «a cosa porterebbe». Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c'è di strano se nel mondo c'è uno che è interessato a capire te?
– Come una specie di hobby? – disse Naoko perplessa.
– Se vuoi puoi chiamarlo così. Persone meno fantasiose lo chiamerebbero affetto, amicizia. Però se tu vuoi chiamarlo hobby, non c'è niente di male.
Haruki Murakami, Norwegian wood
"Una volta (ero rimasto lontano alcuni gioni) mi vide ritornare turbato, e presomi in disparte osservò: << Lei non deve abbandonarsi a desideri nei quali non crede. So che cosa desidera, ma deve poter rinunciare a questi desideri oppure desiderare appieno. Se riesce a chiedere in modo da essere sicuro dell'esaudimento sarà anche esaudito. Lei invece desidera e poi si pente e ha paura. Tutto ciò bisogna superare. Le racconterò una fiaba. >>
E mi parlò di un giovane che era innamorato di una stella. In riva al mare tendeva le braccia e adorava la stella, la sognava e le rivolgeva i suoi pensieri. Ma sapeva o credeva di sapere che le stelle non possono essere abbracciate dall'uomo. Considerava suo destino amare senza speranze un astro, e su questo pensiero costruì tutto un poema di rinunce e di mute sofferenze che dovevano purificarlo e renderlo migliore. Tutti i suoi sogni però erano rivolti alla stella. Una volta, trovandosi di nuovo su un alto scoglio in riva al mare notturno, stava a guardare la stella ardendo d'amore. E nel momento di maggior desiderio fece un balzo e si buttò nel vuoto per andare incontro alla stella. Ma nel momento stesso del balzo un pensiero gli attraversò la mente: no, è impossibile! Così cadde sull'arena e rimase sfracellato. Non sapeva amare. Se nel momento del balzo avesse avuto l'energia di credere fermamente nel buon esito, sarebbe volato in alto a congiungersi con la stella.
<< L'amore non deve implorare >> conchiuse << e nemmeno pretendere. L'amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sè. Allora non è più trascinato, ma trascina. Il suo amore, Sinclair, è trascinato da me. Quando mi dovesse trascinare, verrò. Io non voglio fare regali, voglio essere conquistata. >>
Un'altra volta però mi espose un'altra fiaba. Si trattava di un innamorato che amava senza speranza. Ritiratosi interamente nella propria anima gli pareva di ardere di amore. Il mondo non esisteva più per lui, egli non vedeva più il cielo azzurro e le foreste verdi, il ruscello non mormorava per lui, l'arpa non tinniva, tutto era sommerso ed egli era ormai povero e misero. Il suo amore invece andava crescendo, ed egli avrebbe preferito morire anzichè rinunciare alla bella donna che amava. A un certo punto sentì che l'amore aveva bruciato ogni cosa dentro di lui e diventava potente e trascinava, sicchè la bella donna dovette seguirlo. Ella arrivò a lui che l'aspettava a braccia aperte. Ma come gli fu davanti apparve trasformata, e con orrore egli si accorse di aver trascinato verso di sè tutto il mondo perduto. E gli si donava col cielo e le foreste e il ruscello, tutto gli veniva incontro tinto di nuovi colori, tutto gli apparteneva e parlava il suo linguagio. Ed ecco, invece di conquistare soltanto una donna, aveva stretto al cuore il mondo intero, e tutte le stelle del firmamento ardevano in lui e brillavano di gioia nel suo cuore. Aveva amato e attraverso l'amore aveva trovato se stesso. La maggior parte degli uomini ama invece per perdersi."
Hermann Hesse - Demian
IL PADRE
No, no. Non volevo dir questo, infatti. Io la invito anzi a uscire da questo giuoco
guardando la prima attrice, come per prevenire
- d'arte! d'arte! - che lei è solito fare qua coi suoi attori; e torno a domandarle seriamente: chi è lei?
IL CAPOCOMICO
( rivolgendosi quasi strabiliato, e insieme irritato, agli attori).
Oh, ma guardate che ci vuole una bella faccia tosta! Uno che si spaccia per personaggio, venire a domandare a me, chi sono!
IL PADRE
( Con dignità, ma senza alterigia).
Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perchè un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre << qualcuno >>. Mentre un uomo - non dico lei, adesso - un uomo così in genere, può non essere << nessuno >>.
IL CAPOCOMICO
Già! Ma lei lo domanda a me, che sono il Direttore! Il Capocomico! Ha capito?
IL PADRE
( quasi in sordina, con melliflua umiltà).
Soltanto per sapere, signore, se veramente lei com'è adesso, si vede... come vede per esempio, a distanza di tempo, quel che lei era una volta, con tutte le illusioni che allora si faceva; con tutte le cose, dentro e intorno a lei, come allora le parevano - ed erano, erano realmente per lei! - Ebbene, signore; ripensando a quelle illusioni che adesso lei non si fa più; a tutte quelle cose che ora non le << sembrano >> più come per lei << erano >> un tempo; non si sente mancare, non dico queste tavole di palcoscenico, ma il terreno, il terreno sotto i piedi, argomentando che ugualmente << questo >> come lei ora si sente, tutta la sua realtà d'oggi così com'è, è destinata a parerle illusione domani?
IL CAPOCOMICO
( senza aver capito, nell'intontimento della speciosa argomentazione).
Ebbene? E che vuol concludere con questo?
IL PADRE
Oh, niente, signore. Farle vedere che se noi ( indicherà di nuovo sè e gli altri Personaggi) oltre la illusione, non abbiamo altra realtà, è bene che anche lei diffidi dalla realtà sua, di questa che lei oggi respira e tocca in sè, perchè - come quella di ieri - è destinata a scoprirlesi illusione domani.
__________________
IL CAPOCOMICO
Per l'appunto! Per l'appunto! E dovrebbe esser grato, mi sembra, di questa loro attenzione!
IL FIGLIO
Ah, sì! Grazie! Ma non ha ancora compreso che questa commedia lei non la può fare? Noi non siamo mica dentro di lei, e i suoi attori stanno a guardarci da fuori. Le par possibile che si viva davanti a uno specchio che, per di più, non contento d'agghiacciarci con l'immagine della nostra stessa espressione, ce la ridà come una smorfia irriconoscibile di noi stessi?
Luigi Pirandello - Sei personaggi in cerca d'autore
Mi sarebbe piaciuto vederla recitare da mio padre. Vedere solo le foto è snervante.
"Io morivo e resuscitavo ogni giorno. La notte, prima di dormire, pregavo di non svegliarmi il giorno successivo. Almeno, di non svegliarmi in un mondo senza Aki. Invece, si faceva mattina e io aprivo gli occhi in questo mondo vuoto e freddo, in cui lei non c'era più. Poi, come un Cristo disperato, risorgevo. Una volta iniziato il nuovo giorno, mangiavo, e parlavo anche con altri. Se pioveva aprivo l'ombrello e mi asciugavo i vestiti bagnati. Ma in tutte queste azioni non c'era nessun senso. Erano come le note stonate di un piano strimpellato per gioco."
Gridare amore dal centro del mondo - Kyoichi Katayama
Che c'è di più usuale della menzogna, sia che si tratti di mascherare le debolezze quotidiane con una salute che si vuol far credere forte, di dissimulare un vizio, o di ottenere, senza urtare gli altri, la cosa che si preferisce? È lo strumento di conservazione più necessario e più usato. Tuttavia abbiamo la pretesa di bandirla dalla vita di colei che amiamo, è essa che spiamo, che fiutiamo, che detestiamo dappertutto.
La prigioniera di Marcel Proust
@Artemysia
:lol: Altre pippe mentali per te :lol:
@Annie Lennox non fornirmi altri spunti, altrimenti mi tocca aprire un topic ogni giorno :lol:e finisce che mi caccerete tutti a calci da qui per l'esasperazione XD.
Gli disse che l'amore era un sentimento contro natura, che dannava due sconosciuti a una dipendenza meschina e insalubre, tanto più effimera, quanto più intensa.
Dell'amore e di altri demoni
Ho udito una risata celestiale, una risata di bambini, un riso incantevole, puro e fine come d’argento. Un sorriso degli dei, era. Me ne tornavo a casa, ieri, domenica, verso le sette, quando l’udii, e adesso devo assolutamente riferirne. Come son poveri i grandi, gli adulti, con la loro serietà e con le loro facce aride e rigide! Come son ricchi e grandi e felici i piccoli, i bambini! Vi era una felicità così ricca e dolce e piena nella risata di due bambini, che camminavano accanto ad una adulta: una tale gioia esuberante e deliziosa. Erano assolutamente beati, abbandonandosi alla loro risata. Io rallentai intenzionalmente il passo per poterli sentir ridere il più a lungo possibile. Era un godimento per loro, godevano tutte le delizie che possono esservi in una risata. Non potevano più smettere di ridere; vedevo che ne erano letteralmente scossi. Si contorcevano addirittura sotto la risata. Era così puro, tutto ciò, così veramente infantile! Ciò di cui forse ridevano più sfrenatamente e più amabilmente era il piglio severo che la signorina adulta accanto a loro si sentiva in dovere di fare. La serietà della ragazza grande li faceva ridere più di ogni altra cosa. Ma alla fine, travolta da tanta e così graziosa allegria, anche la grande seria e compassata si mise a ridere. Era vinta dai bambini e adesso rideva cme una bambina con i vincitori, coi piccoli. I felici trionfano sui malinconici!ROBERT WALSER – UNA CENA ELEGANTE
Hey bella puledra:lol:
Questa si addice all'andazzo...
http://web.dsc.unibo.it/%7Egabriele....laianofuma.jpg
“Coraggio, il meglio è passato„
(Ennio Flaiano)
http://www.pic4ever.com/images/sheikhHessam.gif
?..La libertà ci consente di sognare e i nostri sogni sono il sangue della nostra vita, anche se spesso costano un lungo viaggio e qualche bastonata. Non rinunciare mai ai tuoi sogni! non avere paura di sognare anche se gli altri ti ridono dietro, rinuncieresti ad esser te stesso...
Gli eschimesi hanno quindici parole per dire "neve", in base a temperatura, colore, consistenza, mentre per me la neve è quella e basta, poi ci aggiungi un aggettivo per capire se ci puoi andare con lo snowboard. Gli eschimesi vedono quindici diversi tipi di bianco nel bianco che vedo io....
I pensieri bianchi non portano a niente e i pensieri bianchi li devi eliminare...
ogni cosa è un colore. ogni emozione è un colore. il silenzio è bianco. il bianco infatti è un colore che non sopporto: non ha confini
Bianca come il latte rossa come il sangue