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  • Il giorno in cui i miei occhi hanno detto addio ai tuoi

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Gruppo B - TEMA: NOCE - scrittura creativa 2012

  1. #1
    cheshire cat Artemisia
    Uomo 69 anni da Firenze
    Iscrizione: 11/7/2006
    Messaggi: 34,745
    Piaciuto: 5412 volte

    Predefinito Gruppo B - TEMA: NOCE - scrittura creativa 2012

    Titolo - Rumore
    "Una sola noce in un sacco non fa rumore..."
    È una di quelle frasi che ascolti una volta, da bambino, da ragazzo, e poi non riesci a cacciar via dal cervello.
    "Una sola noce in un sacco non fa rumore..."
    La prima volta che l'ho sentita avevo 18 anni, una vita davanti, e la voglia di spaccare il mondo.
    Me la disse mio padre, quando esponevo le mie invettive contro la camorra, quando urlavo le mie idee, e la mia voglia di cambiare le cose, di risolverle, quella voglia che se ce l'hai a 18 anni, nessuno te la leva. Né con la forza, né dicendoti che le cose non puoi cambiarle da solo, che "Una sola noce in un sacco non fa rumore.".
    Quella frase l'ho sentita e risentita migliaia di volte. Mio padre nel suo essere borghese, non era malvagio, solo sapeva limitare i danni. La sua vita è stata un compromesso continuo per non avere problemi. Che a volte, se non puoi vincere, devi riuscire a non perdere.
    Io no. Io avevo 18 anni, e volevo solo vincere.
    Ma quella frase, quella piccola perla di saggezza popolare, ha accompagnato la mia vita.
    Col senno di poi, quella frase ha preso tutt'altro sapore. Perché non serve un sacco di noci per far rumore. Ne basta una seconda in quel sacco, un'altra persona, e la vita acquisisce uno scopo. E inizia a fare rumore.

    Quando conobbi Serena avevo 20 anni. Lei era più grande di me di un anno o due, capelli nero corvino e quegli occhi dolci che a guardarli avevi una sola scelta: arrenderti e innamorarti, anche se non te ne accorgevi subito.
    A quei tempi, gli amori si costruivano in chat, coi ragazzini e i ragazzi come noi che sulla tastiera avevano il coraggio di dire cose che dal vivo sono pesanti, ma che assumono tutt'altro sapore occhi negli occhi. Noi no. Gli occhi sono stati la prima cosa di noi che si sono incontrati. Ecco. Quegli occhi di cui parlavo. Quegli occhi, mi fecero capire subito che, quel giorno, qualcosa si era spezzato, e qualcos'altro ricomposto.
    La mia vita era sempre stata abbastanza agiata. Di buona famiglia, almeno in apparenza, sono sempre stato quello che in qualche modo trascina il gruppo e si trascina le simpatie e le antipatie del caso. L'avere una forte personalità, idee mie, e un discreto cervello, mi aiutavano molto, dandomi una superiorità dialettale con quasi tutti gli interlocutori, coi quali spesso e volentieri avevo vita facile. Chi mi vedeva da fuori, pensava che non mi mancasse nulla, avevo la vita che si vuole avere a vent'anni. Non mi mancavano i soldi, il divertimento, gli amici erano pochi ma buoni, ed avevo un più che discreto successo con le ragazze. Ciononostante, non era la vita che volevo io a vent'anni.
    Non so dire cos'è stato, ma c'è stato. Forse il momento nella vita di entrambi, o che lei fosse l'unica che davvero mi mettesse in difficoltà, sia che stessimo scherzando che facendo discorsi seri, fatto sta che divenne una sfida. Negli anni a seguire, ogni volta che ci raccontavamo questa storia scoppiavamo a ridere, visto che l'una ha lottato per l'altra, non sapendo che stava cercando di fare la stessa cosa.
    Fu un bar di Firenze a farci conoscerci. Io ero seduto da solo, e lei si presenta, con un quadernetto in una mano e una spremuta nell'altra, chiedendomi se poteva prendere una sedia visto che era tutto occupato. Le risposi di sì senza nemmeno alzare lo sguardo dal giornale, e solo mesi dopo mi confessò che fu quell'indifferenza a convincerla.
    "Ci credo che bevi e leggi il giornale da solo. Se sei sempre così affabile e socievole..."
    Continuai a leggere il giornale, vista l'indifferenza che ero solito avere verso le offese, o comunque gli attacchi altrui, e nemmeno allora alzai lo sguardo quando le risposi:
    "Visto che ci sei, siediti te, così io non sono più solo, non devi trascinare la sedia in giro, e non hai più motivo di parlare di me e della mia solitudine, così magari riesco a leggere il giornale."
    Era una provocazione, ma lei senza proferire parola si sedette e iniziò a bere in silenzio.
    Fu lì che, incuriosito da quella ragazzina impertinente, alzai lo sguardo e la vidi, e vidi quegli occhi.
    "Va' che ero ironico, eh."
    "Lo so, ma lo faccio per farti leggere il giornale in pace. Così non sei più solo, non devo trascinare la sedia in giro e blablabla."
    Posai il giornale, a metà tra lo stizzito e il divertito. Di certo c'era che quella ragazza e la sua sfacciataggine non m'avevano lasciato indifferente. Mi avvicinai a lei col busto, in un faccia a faccia quasi di sfida.
    "Mamma non t'ha detto che questa è maleducazione, e che non si parla agli sconosciuti?"
    Non si tirò indietro né col corpo né dalla sfida verbale.
    "Sì, ma la vita di mia mamma è talmente noiosa che ho deciso di non seguire i suoi consigli per non finire come lei. Sono Serena. Ora non sono più una sconosciuta e puoi parlarmi. Se mi dici il tuo nome possiamo far sì che diventi una conversazione e non un tuo monologo."
    Scoppiai a ridere, sempre in quell'altalena di simpatia e antipatia che avevo provato prima. Il bar
    "Io sarei Alessio."
    "Saresti o sei?"
    "Questa te l'ho regalata.”
    “Sai, hai l'aria degli sconfitti. Hai presente quelli fissati alle slot, che giocano magari lo stipendio del mese, cercando la vincita della vita? Che magari ogni tanto vincono, e rigiocano la vincita. Come se tu non volessi vincere, ma fosse importante il gioco, più che la posta. Ecco, mi dai l'idea di uno che punta 100 per vincere 30.”
    Deglutisce, colpito, mentre butta giù l'ultimo sorso e cerca di nascondere il nervosismo.
    “Cazzate. Mi conosci da 2 minuti, sono solo stupide impressioni. Mario, mi porti un altro Prosecco e Campari? E per la signorina..."
    "Lo stesso, grazie."
    Sorrise, e in quel sorriso vidi tutto ciò che c'era da vedere, e capii tutto ciò che c'era da capire.
    “Che c'è su quel quadernetto?”
    “Se te lo dico poi devo ammazzarti.”
    “Correrò il rischio.”
    “Pensieri.”
    “Mi piacerebbe leggerli, a questo punto. Hai interrotto la mia lettura, me lo devi.”
    Con grande stupore, non batté ciglio e me lo porse, abbassando lo sguardo come se si vergognasse.
    A quel punto, del giornale non me ne fregava più niente.
    _________________________
    "Ho bisogno di bere qualcosa. Vado giù in cucina a prendere un po' di vino. Vuoi qualcosa, Laura?"
    Lei fa cenno di no con la testa. E' infastidita, ma non vuole che lui lo sappia. Lui si toglie le coperte di dosso e si allontana dal letto in mutande. Infila la testa nel frigo in esplorazione. Non è difficile trovare quello che cerca, vista la scarsità di roba che il frigo contiene, ma lui sembra prender tempo in quell'operazione, come per stare un po' con i suoi pensieri nella luce bianca. Il cibo precotto e surgelato sembra una fotografia della sua anima e della sua vita. Triste e da solitario. Prende una bottiglia semivuota di rosso scadente, da supermercato, svita il tappo e butta giù direttamente. Ha preso un bicchiere e l'ha poggiato sul tavolino vicino al frigo prima di aprirlo, ma non se ne cura.
    "Sicura che non vuoi nulla? Magari ti preparo anche qualcosa da mangiare."
    Urla dal piano di sotto per farsi sentire, ma non riceve risposta.
    Sale con la bottiglia ancora in mano, e trova lei ancora sveglia. Lo guarda impugnare la bottiglia; ora lo guarda con una punta di disgusto e stavolta non si cura di nasconderlo.
    "Perché stiamo insieme, io e te?"
    Lei butta fuori la frase d'un fiato, come se avesse cercato il coraggio di dirlo per molto tempo.
    "Non stiamo insieme."
    Butta giù un lungo sorso, posa la bottiglia accanto al letto e accende una sigaretta, mentre spegne il cellulare poggiato sul comodino.
    "Usciamo con le stesse persone e ogni tanto vieni a casa e facciamo l'amore, tutto qui."
    Deglutisce nel pronunciare la parola amore. Gli pesa dirlo.
    "Non facciamo l'amore. O almeno, tu non lo fai. Tu scopi e basta. E ti odi per questo. Ti odi quando stai con una una donna. Cazzo Alè, quante persone hanno bisogno di alzarsi e mettersi a bere dopo aver fatto l'amore? "
    "Sei paranoica. Dovresti pensare di meno, se ti porta a partorire certe stronzate. E comunque, non ti ho mai costretta a venire da me."
    Cambia espressione. Si pente di quell'ultima frase.
    "Scusa, non volevo dirlo."
    Lei si gira su di un lato, dandogli le spalle.
    "Sei un vero stronzo."
    Lui è seduto sul letto e la guarda pensando che comunque è bellissima. I capelli sciolti e ribelli, il seno perfetto lasciato scoperto dalle lenzuola che la coprono fino alla zona lombare e quel piercing che rimarca quella bocca perfetta. La mente va al loro primo incontro, da sola.
    Il bar non è un granché, ma ho voglia di fermarmi e di prendere un caffè, e quello è il primo che incontro lungo uno stradone anonimo della periferia di Firenze, habitat di vecchietti e giovani manager che parcheggiano moto di grossa cilindrata. Tornando mi accorgo che c'era un altro bar prima di quello, ma non l'avevo notato. Se ne parlassi a mia sorella, mi direbbe che era destino che io entrassi proprio in quel bar. Lei, a 15 anni, ha una visione chiara del mondo, e più certezze di quante io ne avrò mai nella vita. Per lei c'è il destino: un disegno già scritto che ti scarica la coscienza e ti leva i meriti. Appena entro la noto subito, anche se il bancone è in fondo al piccolo locale. Pelle dello stesso colore del caffellatte, i capelli ricci e imponenti da leonessa, che si confondono tra castani e colpi di sole biondi e una piccola pallina metallica sul labbro superiore, particolare perfetto che rimarca una bocca splendida. Appena entro mi sorride mentre mi avvicino e il suo viso di colpo diventa dolcissimo, quasi angelico. Probabilmente quel sorriso è una semplice attenzione che rivolge a tutti i clienti, specie quelli più giovani, ma il mio essere erotomane mi porta a pensare che sia un gesto che quella bellissima, giovane donna rivolge solo a me, come un'odalisca che offre al suo uomo una danza prima dell'intimità.
    "Un caffè macchiato al vetro, grazie."
    Dice qualcosa mentre vuota una tazzina di caffè, quella che si prepara per pulire la macchinetta al primo uso, e mentre lo fa sorride di nuovo. Non capisco quello che dice, la sua voce è coperta dal rumore della macchina dell'espresso e dalle voci dei clienti abituali che discutono animatamente di sport, di immigrati, di crisi. Vorrei chiederle di ripetere, ma mi limito ad annuire e sorridere. Il caffè non è il massimo, ma non ci faccio nemmeno troppo caso. Ringraziando pago ed esco, accendo una sigaretta e rimetto gli occhiali scuri. Ora come ora so solo che tornerò in questo bar per rivederla.
    "Sei bellissima."
    La voce è rotta dalle emozioni contrastanti.
    "Ora che c'entra questo..."
    Lo dice con aria infastidita, come se lo accusasse di voler sviare il discorso, pur sapendo che è sincero. Se c'è una cosa che ha imparato, è che può fidarsi della sincerità delle sue parole quando beve.
    "Nulla. Ma sei bellissima."
    Lei sta piangendo, silenziosamente. Non singhiozza, ma un paio di lacrime le inumidiscono il viso.
    "Forse è meglio se mi rivesto e vado a casa."
    Lui intuisce che vuole solo sentirsi dire di no. Che può restare, che è stato solo un malinteso e che tutto va bene fra loro.
    "Sì, forse è meglio."
    Si alza e raccoglie l'intimo, poi gli shorts in jeans e il body bianco. Lui ha lo sguardo basso, come se si vergognasse di vederla nuda. Ora è lui quello debole, vulnerabile. E' sempre stato lui, solo che l'ha realizzato solo ora.
    "Lo sai che questo non è un arrivederci, vero?"
    Non lo dice per minacciarlo o per dargli ultimatum, ma per essere sincera. Hanno mille difetti, ma entrambi sanno dire solo la verità. Non sono ipocriti, e non sono bugiardi.
    "Probabilmente è la cosa più giusta. Sei troppo intelligente per non capire cosa mi passa per la testa, e non meriti di essere tu a pagare per questo."
    "Capisco chi hai dentro. E capisco che non posso lottare con i fantasmi."
    Lui annuisce, mentre lei beve un sorso di vino, riconoscendo che ora ne ha bisogno. Si rivestono entrambi silenziosamente e grossolanamente: lei ha il trucco sbavato e il body abbottonato per metà, lui non indossa la parte di sopra. La accompagna alla macchina, e nessuno dei due risente del freddo di inizio Novembre alle 4 del mattino. Lui solo adesso si accorge che lei ha il viso umido di pianto. Ora sotto la luce bianca del lampione non risplende quel piercing che gli piace tanto, ma le gocce salate di lacrime. Nemmeno un'ora fa sono stati a letto insieme. Uno ha scopato, l'altra ha fatto l'amore. Ora sono a pochi centimetri di distanza, e mentre lui le accarezza il viso a due mani, entrambi realizzano che non potrebbero essere più lontani di così. La bacia, poi lei sale in macchina.
    "Mi dispiace che sia finita così."
    "Già, anche a me. Spero che un giorno smetterai di punirti per colpe non tue. Addio Alè."
    "Non dev'essere necessariamente un addio, Laurè..."
    Abbassa gli occhi.
    "... Non deve. Non è detto che un giorno tu non possa rendermi felice."
    "Quanto vorrei poterti credere. Non sono io ciò che può renderti felice, lo sappiamo entrambi. Ma grazie per averlo detto, comunque."
    Mette in moto e si allontana. Vuole farlo prima che i sensi di colpa prendano il posto delle emozioni e costringano lui a incatenarsi in una storia di rimpianti, invece che d'amore. Sa che probabilmente se ne pentirà, ma sa anche che è la cosa giusta. Lui la guarda allontanarsi e svoltare. Aspetta che sia fuori dal suo campo visivo, come una madre che guarda il proprio figlio quando esce di casa, per rassicurarsi. Sa che le ha fatto del male, e non serve cercare di convincersi che lo ha fatto per non farle di peggio, illudendola. Entrambi sanno che stanotte piangeranno, per motivi diversi. Entrambi penseranno che i fantasmi per quanto invisibili, possono rivelarsi invincibili.
    _________________________
    La convivenza con Serena iniziò quasi per caso. Erano passati 6 o 7 mesi dall'incontro nel bar di Firenze, 4 da quando avevamo iniziato a frequentarci. Si presentò una sera come tante, con l'intenzione di guardare un film e passare la notte insieme.
    "Quanto sei bella."
    Si girò di scatto, sorridendo, da sotto le coperte.
    "È solo perché è buio, o perché stai cercando subdolamente di convincermi a fare di nuovo l'amore?"
    "È solo perché sei bellissima. E ho paura di non meritare tutto questo."
    Teneva il sorriso come fosse naturale. Era felice, e si vedeva. Ero felice, e si vedeva.
    "Infatti non lo meriti. E so che stai solo cercando di farti dire che invece no, lo meriti e blablabla. Sei prevedibile, stupido buffone egocentrico."
    Si girò per fingere di snobbarmi.
    "Ti amo."
    Fece finta di russare, sdraiata di lato sul letto con la bocca aperta.
    "Ti amo. Smettila di fare la stupida. Lo sai che mi pesa fare il romantico."
    "Non ti ho sentito, scusa, stavo dormendo."
    "Ti amo."
    "Anche quando faccio la stupida per darti sui nervi?"
    "Ti amo. Basta. Ti amo sempre. Perché non passiamo tutta la vita così?"
    "Nudi e sudaticci? Non è un'immagine chissacché del futuro."
    "Insieme. Non andare via domattina. Non andare mai più via."
    "E se lo facessi tu?"
    "Impossibile. Io ti amo."
    "Ti amo. Sei uno stupido bambino, ma ti amo."
    Eravamo giovani. Eravamo felici. Eravamo padroni del mondo.

    "Sei tornata. Non me l'aspettavo."
    "Visto? Così puoi andare a dormire tranquillo."
    "È un po' che non dormo tranquillo. Va' a letto e lasciami stare."
    "Così puoi restare sul divano a bere? Poi ti chiedi perché torno il più tardi possibile."
    "E a scopare in giro."
    Uno schiaffo. Lui non batte ciglio.
    "Vaffanculo."
    "Vado a dormire. Fa' un po' quel cazzo che ti pare."
    "Vai, vai! Tanto ormai s'è capito. Domattina vado via."
    Si volta, arrabbiato correndo verso di lei.
    "MI SPIEGHI QUAL È IL TUO CAZZO DI PROBLEMA SERÈ? CHE CAZZO VUOI ANCORA?"
    Lei inizia a urlare, piangendo fuori le parole come un fiume in piena. È sincera, non è quello che c'è che vuole. Non è andar via che vuole.
    "CHE VOGLIO? VOGLIO UNA STORIA, NON UNA CONVIVENZA FINE A SÉ STESSA! VOGLIO UN FIDANZATO, UNO CHE MI GUARDI ANCORA, CHE MI AMI ANCORA E NON HA PAURA DI DIRMELO, NON UNO CHE MI ASPETTA SUL DIVANO MEZZO UBRIACO CREDENDO CHE IO SIA ANDATA A SCOPARE IN GIRO! VOGLIO L'AMORE! VOGLIO CIÒ CHE C'ERA PRIMA. VOGLIO CHE TORNI AD AMARMI. CHE TORNIAMO AD AMARCI!"
    È lui a recuperare la calma per primo, almeno nel tono di voce.
    "È troppo tempo che manca tutto questo. È troppo tempo che abbiamo finito di avere quelle cose. È troppo tempo che hai smesso di meritarmi. Ed è troppo tempo che io ho smesso di meritare te. Così si estingue il debito. Domani vediamo che fare."
    Vanno a letto, e finiscono col fare l'amore, entrambi ubriachi. Un amore a tratti arrabbiato, violento, ad altri dolce, fatto di carezze ed abbracci, e pause stretti insieme. Vogliono farsi male, perché è l'unico modo che hanno per sentirsi vicini, perché entrambi hanno vissuto di cattiveria, usata come difesa dal mondo. Vogliono stare vicini, capire e capirsi, dimostrarsi quell'amore venuto meno. Ne hanno avute tante di sere così, ma stanotte l'intensità non ha pari. Stanotte ha un sapore diverso. Solo, non sanno se di morte o di rinascita.
    Lei si risveglia poche ore dopo. Si rigira, e non lo vede. Scende in cucina, convinta di trovarlo come ogni mattina intento a preparare il caffè. Ha intenzione di fare chiarezza, di scusarsi se necessario. Di mettere da parte l'orgoglio sperando che lo faccia anche lui.
    Nulla. La casa è vuota.
    "Ale, sono io. Sei al bar? Quando torni?"
    Sta per inviare il messaggio, ma nota che c'è un foglio sul mobiletto della cucina.
    "Scusa se non riesco a dirtelo a voce, ma ho aspettato che dormissi per partire. So di essere un codardo, un idiota, ma torno già dai miei, e questo è l'unico modo per dirtelo. Se provassi a farlo a quattr'occhi, non ci riuscirei. Io ti amo ancora. Ti amerò sempre, ma sappiamo entrambi che tutto questo può solo far male ad entrambi."
    Si presenta sul posto sudato, colpa del traffico, che l'ha costretto a lasciare l'auto e correre per fare il più presto possibile.
    "Scusi, non può passare."
    "LEVATI DAI COGLIONI, SONO IL SUO RAGAZZO!"
    "Mi scusi, passi pure."
    Il giovanotto in divisa non dà peso alle sue parole. Queste cose in accademia non te le insegnano, ma lui capisce cosa dire o non dire.
    "Amore, amore, sono io. Parla. PARLA! TI PREGO!"
    Un altra figura in divisa, più anziana e con qualche grado in più cucito sul petto, gli si avvicina, posandogli una mano sulla spalla.
    "Giovanotto, giovanotto, è inutile."
    Lo tira su da terra, abbracciandolo. Lui è visibilmente sotto shock, e non si rende conto, restando immobile.
    "Mi spiace. È morta sul colpo. Probabilmente era distratta, e nemmeno ha visto il semaforo rosso. La donna che ha colpito il motorino non poteva fare nulla per evitarlo. Non abbiamo potuto fare nulla. Mi spiace. Mi spiace..."
    Continua a stringerlo, e una lacrima rende lucidi anche quegli occhi adulti, che probabilmente ne avevano viste tante. Ma qui, si è davanti all'amore, e non c'è durezza o professionalità che tenga. Ha la divisa sporca di sangue, a testimoniare che è stato il primo a prestare soccorso.
    Si sente quasi in colpa di non essere riuscito a salvarla. Sa che è un pensiero, stupido, ingiustificato, ma non riesce a scacciarlo.
    Ricordo quel giorno attimo per attimo, ci ho pensato ogni secondo della mia vita. Scriverti il biglietto, riempire un solo borsone di fretta. Quel bacio di addio mentre dormi, e scappare, come un ladro. Perché sapevo che non ce l'avrei fatta se ti avessi guardato da sveglia. Infatti non ce la feci. Stavo tornando indietro. Avevo fatto appena in tempo a prendere l'autostrada, e a scendere pochi km dopo. Ero di nuovo a Firenze, a pochi km da casa, da quel luogo maledetto. Stavo tornando, stavo correndo da te per dirti che andava tutto bene, che ne saremmo usciti. Per dirti che ti amavo, che t'avrei amata sempre e chiederti di sposarmi. Poi, quella telefonata. Correre da te, la gente, i poliziotti, i lampeggianti dei mezzi, il sangue, la puzza di copertoni bruciati, e tu... E i tuoi occhi... Senza quella luce, quel lampo di vita che mi aveva fatto innamorare in quel bar. Quella voglia di dire al mondo che te ne fregavi, quell'impertinenza che ti fece sedere al tavolo di uno sconosciuto, quelle gocce che li illuminavano quando litigavamo, o quando facevamo l'amore e piangevi di felicità.
    Sono passati 50 anni. Sono passate altre donne nel mio letto, qualcuna persino nel cervello.
    Una, quella che t'ha letto nei miei occhi, quella che diceva che vivevo di fantasmi, l'ho persino sposata, costruendo una vita con lei. Fingendo una vita con lei.
    Ma il cuore no. Lì non c'è più passato nessuno. Quello l'ho lasciato a quel semaforo del cazzo 50 anni fa, e non sono mai passato a riprenderlo. Anche volendo, non avrei potuto.
    Sono passati 50 anni, amore mio. E ora che sono fermo in questo letto, che sto morendo, che sto vivendo il mio ultimo secondo, non posso fare a meno di pensare che da quel giorno, il mio cuore, non ha più avuto battiti, non ha più fatto rumore.
    Perché da quel giorno è restato solo, e "Una sola noce in un sacco non fa rumore..."

    Catarsi
    Suona con foga, suona con passione.
    Suona Fantasia-Improvviso, opera 66, di Frederick Chopin.

    Non ci posso credere. Non ci posso assolutamente credere.
    Le sue mani, le sue bellissime mani.
    Come mi accarezzavano bene ? Come mi conoscevano bene?
    E le sue labbra. Dio le sue labbra!

    Prende un respiro, l’apertura è un Allegro Agitato.
    Perde un sospiro, e inizia il Crescendo.
    Le sue dita scivolano con facilità sui tasti bianchi e neri: sanno perfettamente dove andare.
    [Pianissimo, piano. Mezzo forte, forte, fortissimo]
    Con Forza.
    Fino all’apice della tensione.

    E poi con una flautista.
    Una flautista francese con un profumo nauseabondo.
    Un uomo così colto, così sveglio, così pungente…
    Un uomo così dannatamente sensuale …con una francese!
    Frivola.
    Patetica.
    Con quella risata così assordante e quello sguardo da pervertita, facile e spocchiosa che non è altro. E…


    Raggiunge la punta della drammaticità, e poi cede: c’è il Moderato Cantabile.
    Dolce, ma irrequieto.
    Romantico, ma profondamente nostalgico.
    Lei è assorta, lei suona.
    Muove le dita con leggerezza, accompagna le modulazioni del suono con un elegante tocco del polso.
    Spezza le note con padronanza.
    A tratti sembra perderle, ma le riprende , le afferra, le salva.
    Il pianoforte in legno di noce sussulta.
    Il suo pianoforte in legno di noce, che la accompagna oramai da sempre, sospira con lei.
    La conosce perfettamente, risponde puntigliosamente al suo tocco.
    Si lascia dominare.

    Ero io quella diffidente, quella imbarazzata durante le prove del brano a quattro mani.
    Ogni volta che il suo braccio sfiorava il mio,
    ogni volta che la sua gamba, allungandosi verso il pedale, accarezzava la mia… Dio, che sensazione!
    Non si può non innamorarsi suonando Chopin con un uomo così.


    Inizia la terza parte. Inizia il Presto.
    Di nuovo, con impeto, riprende un suono profondo, forte, possente.
    Il pianoforte in legno di noce risuona con lei, lo fa con potenza.
    Lei combina la rabbia con la delicatezza, l'irruenza con la leggerezza.
    Sprigiona un suono imponente, ma Lei lo controlla.
    Lo fa con le mani, con i polsi, con le braccia, con il busto, con le labbra.
    Con gli Occhi.
    Dirige da esperta l'orchestra delle sue percezioni,
    Pizzica con maestria le corde delle sue sensazioni.
    Ha il viso contratto, ma la musica,
    la sua musica,
    La possiede.

    Basta! E’ stato uno stupido, stupidissimo errore!

    Ed ecco la chiusura.
    Il suono si affievolisce, pur rimanendo distinto.
    [Mezzo piano, piano, pianissimo]
    Con drammaticità, si spezza.
    Mi,Re,Sol#,Fa#
    Con sinuosità, lentamente, si spegne.
    Mi, Re, Sol #,Fa#

    Re.

    Do#.

    ...

    Rimane immobile, con le mani ancora appoggiate sui tasti.
    Li accarezza con lo sguardo perso,
    quasi a fissare un meraviglioso panorama,
    come unico, privilegiato spettatore.
    La cassa armonica ancora risuona delle ultime note, dell’ultimo viaggio.
    Il pianoforte pian piano si addormenta.
    Lei delicatamente lo chiude,
    vi sigilla l’anima,
    e ritorna alla realtà.


    Il giorno in cui i miei occhi hanno detto addio ai tuoi
    Nel cassetto della scrivania sono accatastate le lettere che ti scrivevo quando ti guardavo dormire. Non ti scrivo da tanto, non ci riesco. Per questo ho preso questo simpatico registratore, e sto facendo gracchiare la mia voce nell’altoparlante. Me ne sto qui, da sola, a fissarti. Ti sento russare, tu non lo sai, ma sei davvero dolce mentre dormi. Vista dall’esterno sembro proprio una dodicenne che si incanta guardando l’amore della sua vita. Qui, invece, nel mio mondo interno, in questo condominio d’organi difettoso, c’è il buio più totale. So di essere qui, a pochi passi da te, eppure nel buio in cui i miei occhi mi hanno confinato potrei essere davvero ovunque.
    Te lo ricordi quel giorno? Era il 15 settembre del 2009. Il giorno in cui i miei occhi hanno detto addio ai tuoi.
    La mia personale giornata mondiale della cecità. Il D. Day dello sbarco nel mondo dell’oscurità.
    Ho paura Steve. Sono passati tre anni ed ho ancora paura. Sono proprio una bambina, come dici tu. Vent’anni suonati ed ho ancora paura del buio, di questo buio.
    Non ricordo bene com’è iniziata. Le persone sentono puzza di merda, solo quando ne sono sommersi.
    Suonerà infantile, ma mi sono resa conto di essere cieca, nello stesso momento in cui lo sono diventata. La realtà è che evitavo il problema. I miei occhi non facevano altro che avvertirmi.
    Tutto iniziò con i colori. Di tanto in tanto ero un po’ daltonica. Nulla di preoccupante mi dicevo. Spesso era anche divertente. Ricordo il giorno in cui mi prendesti in giro perché scambiai i tuoi occhi marroni per azzurri. Ti promisi che non avrei più perso di vista le mie piccole noci, come li chiamavo sempre prima. Ti devo delle scuse. Ho dovuto dire addio ai tuoi occhi senza rendermene conto.
    E’ successo tutto così, senza una causa apparente. Sono scomparsi prima i colori, un po’ alla volta. Poi quella tragica mattina tutto è iniziato a sbiadire, lentamente e inesorabilmente. I medici mi hanno dato mille pareri diversi, mille spiegazioni ma nessuno di loro è stato in grado di ridarmi ciò che è il destino si era preso. Il destino mi ha negato la possibilità di vedere i tuoi occhi.
    Sai, tutti sappiamo che certe cose accadano, però non pensiamo mai che quella tristezza venga a bussare proprio alla nostra porta. Sono stata così stupida e infantile. Per anni ho guardato il mondo con l’arroganza di chi pensa che tutto durerà per sempre. La verità è che prima o poi tutto svanisce, nel mio caso tutto è svanito letteralmente. Mi manca così tanto il mondo. Mi mancano i paesaggi ricchi di colori. Mi mancano i girasoli. Mi mancano le gocce d’umidità. Mi manca persino la nebbia. Mi mancano i tuoi occhi. La verità è che ho passato una vita a guardare cose incredibilmente belle e non ho mai detto grazie.
    Perché i miei occhi non possono incrociarsi di nuovo con i tuoi? Un semplice sguardo, intenso, assoluto. Mi basta un impercettibile istante di te. Non te l’ho mai detto ma per mesi ho lottato con terapie, operazioni, convegni e associazioni umanitarie perché avevo bisogno di cancellare l’ultima immagine vista, che continua a tormentarmi.
    Quel giorno tremavo. Più tremavo, più mi stringevi. Sentivo che la vista si stava restringendo sempre di più. Il mondo che i miei occhi erano ancora capace di vedere diventava sempre più piccolo. E tu eri lì, centimetro dopo centimetro. Sai, stretta in quell’abbraccio, quando per me il mondo era un piccolo spazio ti ho visto piangere. Il tuo sguardo triste è stata l’ultima cosa che ho visto, poi il buio più totale. Ed io vorrei solo rivedere un sorriso su quegl’occhi bagnati dalle lacrime.
    Era il 15 settembre 2009. Il giorno in cui i miei occhi hanno conosciuto le tue labbra. Mi hai stretto forte a te. Hai cercato di costruire un guscio intorno al mio condominio ferito. E mi hai baciato, proprio qui, sulle palpebre. Quel giorno il più dolce dei baci si è posato sulla più dolorosa delle bue.
    E ora svegliati, la tua bimba cieca ha proprio bisogno di un abbraccio.
    The smallest feline is
    a masterpiece.
    Leonardo da Vinci



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  3. #2
    Overdose da FdT Jean Grey
    Donna 27 anni da Modena
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    Mi sono molto piaciute Rumore e Catarsi, però voto la prima... Mi ha davvero coinvolta e commossa.

  4. #3
    nestuno
    Utente cancellato

    Predefinito

    L'ultima

    le prime due troppo pretenziose

  5. #4
    Gio
    Gio
    Uomo 22 anni
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    Rumore è stato fantastico, alla fine mi ha davvero commosso.
    Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro.
    [Alessandro Manzoni]

  6. #5
    Sei colori in cerca di autore Randy Mellons
    Uomo 119 anni
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    Voto Catarsi. E' un testo molto affascinante e particolare, è appunto creativo. Rumore è ben scritto, leggibile e abbastanza scorrevole ma è troppo tipica storia d'amore sofferta e tormentata, mi sa di già visto, è poco creativo.

  7. #6
    Spotless Echoes
    Donna 27 anni da Roma
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    Ho votato l'ultima, perchè originale e semplice allo stesso tempo




    [..e l'aria delle cose diventava irreale]

  8. #7
    *of the Moon* The Dark Side
    Donna 34 anni
    Iscrizione: 23/5/2011
    Messaggi: 4,522
    Piaciuto: 2878 volte

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    Troppo lunghe..le leggerò con calma..
    E quando ti sarai consolato [ci si consola sempre], sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere... E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: "Si, le stelle mi fanno sempre ridere!" e ti crederanno pazzo.

  9. #8
    Ghajarya Annie Lennox
    Donna 142 anni
    Iscrizione: 20/9/2010
    Messaggi: 17,421
    Piaciuto: 7509 volte

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    Voto Il giorno in cui i miei occhi hanno detto addio ai tuoi
    Anche se, in linea di massima, mi sono piaciute tutte.
    Que me face isto amor, toda a vida a navigar, todas as velas a rasguear, todas as islas a descubrir a praia sud de todos os ventos, a praia sud de toto o mar, pra enfrentar todas as ondas e navigar multo mais a frente..

  10. #9
    Moderatrice Holly
    Donna 30 anni
    Iscrizione: 1/4/2006
    Messaggi: 35,153
    Piaciuto: 10104 volte

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    La prima è scritta veramente bene, ma è troppo lunga. Secondo me è anche importante rendersi conto del mezzo che si usa e di chi deve leggere e in che contesto. E' troppo lungo.

    Le altre due sono più o meno sullo stesso livello, ma la creatività del secondo non mi lascia indifferente vada per quello!
    Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia una realtà o un sogno.

  11. #10
    I'm Soft Frogga
    Donna 27 anni da Roma
    Iscrizione: 31/12/2006
    Messaggi: 7,444
    Piaciuto: 3222 volte

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    Mi sono piaciute tutte e tre.
    Per quanto sia stata lunga la prima, l'ho letta con piacere e mi ha particolarmente colpito.
    La seconda l'ho trovata particolare e fine, ma voto comunque Rumore.
    Questo momento è talmente bello che vorrei mettere le corna a quello di prima, sposare questo e procreare tanti piccoli momentini.
    (IScrubs)
    I can't do this all on my own. No I'm no, I'm no Superman.

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