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Stato e Chiesa

  1. #1
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    Predefinito Stato e Chiesa

    STATO e CHIESA


    (Costituzionalismo e Clericalismo)




    Spronata da un recente articolo di Bartezzaghi, in cui veniva sollevato il problema del “silenzio” che segue la “cultura live” presente nei diversi festival sparsi in tutta Italia, mi propongo di suscitare una discussione su un tema già a lungo dibattuto, ma partendo da spunti spero più stimolanti (tratti dall’incontro avvenuto al “Caffè filosofico” del Festival della Creatività).

    Ho grassettato alcun parti, per chi avesse paura di assopirsi.

    Sergio Caruso
    1. Riflessioni sul rapporto Stato-Chiesa

    I principi di cui si fa garante la Chiesa devono davvero trovare un’applicazione normativa? E chi non condivide questi principi è necessariamente un relativista o un nichilista?
    Citando Sant’Agostino si potrebbe dire che “Remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia”. Per quando riguarda la Chiesa si potrebbe sostituire l’ablativo e parlare di “Remota caritate…”.
    Il principio di carità, infatti, assume importanza anche in una dimensione epistemologica - esistenziale e significa che la parola dell’altro, per quanto aliena, merita un tentativo di comprensione, uno sforzo.
    In merito al concetto di laicità come habitus interiore, la definizione di G. Meucci, ne approfondisce il concetto (Date a Cesare quel è di Cesare e a Dio quel che è di Dio),sostenendo che sia necessario anche interrogarsi su chi sia Cesare e su quale mai possa essere la volontà di Dio.
    È importante, infine, una riconciliazione fra Stato e Chiesa ma soprattutto è necessaria una riconciliazione degli italiani con lo Stato. Quest’ultimo, infatti, non è un grande padre assente che dev’essere imbrogliato.

    Gustavo Zagrebelski
    2. Trasformazioni culturali avvenute nell’ambito della Chiesa.
    (Riassumendo: a) versione attuale dell’Universalizzazione della Chiesa (binomio Verità/Ragione); b) diversità di status concettuale ed etico della nozione di Verità (rispetto a quelle di Giustizia e Bontà).

    Questione teoretica sulla posizione della Chiesa: com’è potuto accadere che la Chiesa Cattolica, dopo aver rappresentato “il tutto” per secoli (vi era infatti una coincidenza fra l’essere cittadino e l’essere cattolico), non si sia ridotta ad essere una delle tante associazioni cittadine e, come tale, si rivolga solo ai suoi membri ma pretenda di avere voce universale?

    Il binomio Verità/Ragione, che ha sostituito l’antico Verità/Fede, consente alla Chiesa di parlare di verità cattolica come di verità assoluta, cioè valida anche per i non cattolici.
    Tutte le citazioni fondamentali della teologia attuale provengono dal Vangelo di Giovanni (periodo ellenista): il cristianesimo concorda con la grecità classica nel sostenere che “agire contro la ragione” significhi “agire contro Dio”. Il logos risulta essere il ponte fra grecità e cristianesimo; per il resto, i greci chiedono la sapienza, i cristiani predicono il crocefisso. La posizione greco - cristiana sembra aver sostituito la precedente giudaico-cristiana.
    Il cristianesimo cattolico, quindi, per rendere universale la sua voce, mette in disparte la teologia paolina della crisi.



    In passato vi era già stato un tentativo della Chiesa di uscire dall’isolamento provocato da se stessa, e questo tentativo aveva seguito due strade:
    • Giustizia nel mondo, con la conseguente elaborazione della Dottrina sociale;
    • Bontà, posizione legata ai tempi del Concilio Vaticano II (Paolo VI definirà gli uomini di Chiesa come “esperti di umanità”).
    VERUM, IUSTUM, BONUM sono tutti elementi presenti nella predicazione universalistica della Chiesa, pur essendo concetti non equivalenti dal punto di vista etico.
    Ma se tra Iustum e Iniustum, come tra Bonum e Malum è possibile individuare delle gradazioni, questo non è possibile per il concetto di Verum, che prevede assolutezza. Almeno per la Chiesa, infatti, la Verità è quella ontologica, dell’essere. Essa non deriva dalla scambio, ma anzi lo teme. Si tratta di fare un lavoro deduttivo, logico e non dialogico (come invece nel caso degli altri concetti, che sono prodotti sociali).

    Pier Paolo Portinaro
    3. Trasformazioni culturali avvenute, o meglio, NON avvenute nell’ambito dello Stato.

    Siamo in un’età definita post-secolare, in cui è in atto un ritorno del discorso religioso in molteplici forme. La religione si ripropone nel campo della Razionalità, e questo processo ha inevitabilmente a che fare col campo della Cultura e della Ragione secolari, spazi che lo Stato ha lasciato scoperti.
    Per un giurista tedesco di cui assolutamente non sono riuscita a comprendere il nome (chiedo venia), lo stato moderno si alimenta di risorse socio-morali, vive di presupposti che esso stesso non è in grado di garantire. E si limita quindi ad essere “consumatore” di questo bagaglio.
    Ci siamo forse sbarazzati della nozione di “stato etico” e, conseguentemente, di quanto esso veicoli? E questo, quanto ha influito sulla crisi dello Stato laico?
    (Noi siamo soliti associare il concetto di “stato etico” a quello di statolatria, ma non è questo il caso, come ben specifica lo stesso filosofo di cui sopra).
    Abbiamo continuato a portare avanti due modelli (quello del neoaristotelismo e quello del contrattualismo) mostrandoci troppo prudenti nei confronti di una rivisitazione in senso liberale dello stato etico, che non presuppone necessariamente autoritarismo.
    Lo stesso Stato di Diritto può essere uno Stato Etico, dal momento che l’argomentazione giuridica e quella morale necessariamente si intrecciano.
    Nella crisi politica attuale la crisi dell’etica laica è un fatto reale, che porta ad un argomento di buonsenso: le morali religiose hanno una marcia in più rispetto alle morali razionaliste (già Bobbio riconosceva questa superiorità).
    L’etica laica ha bisogno del supporto del diritto come strumento coercitivo. La delegittimazione dello Stato, infatti, comporta la delegittimazione del diritto. È necessario sviluppare una “cultura della sanzione”, e questo discorso (sicuramente di destra) deriva da una diagnosi politica che vede la causa della crisi nell’assenza di una Destra liberale capace di dar vita ad una “cultura dello Stato”. Nei paesi in cui questa manca per lungo tempo, la conseguenza è quella di divisioni interne alla Sinistra, che deve colmare questo vuoto (es. socialdemocrazia tedesca).





    Dunque, scrivete pure cosa vi suscita il tutto, se ci sono punti poco chiari, eventuali risposte alle questioni poste...a voi.
    Mi dispiace solo che non leggerò Godel.

    Forse la sezione non è adatta, ero indecisa tra questa, "Cultura" e "Argomento libero"...qualcuno provedderà.

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  3. #2
    Scrivano Lucien
    Uomo 37 anni da Imperia
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    Predefinito

    I punti che ho trovato più interessanti, anche se poco attinenti al problema della relazione stato-chiesa

    È importante, infine, una riconciliazione fra Stato e Chiesa ma soprattutto è necessaria una riconciliazione degli italiani con lo Stato. Quest’ultimo, infatti, non è un grande padre assente che dev’essere imbrogliato.
    Un pò lapalissiano, ma riassume bene quel che per me è il problema più grave, la mancanza della Cultura dello Stato, ben presente in altri stati europei, intesa non come nazionalismo ma come rispetto dell'organismo statale in quanto garante dei propri diritti e mezzo per la salvaguardia del benessere comune. Al che mi viene da chiedermi se per gli italiani fregare il prossimo sia una tendenza congenita oppure se, con una classe politica che cominci col dare il buon esempio, detta cultura dello Stato che gli italiani non hanno in fondo MAI posseduto checché ne dicano i destrorsi, potrebbe essere sviluppata.

    È necessario sviluppare una “cultura della sanzione”, e questo discorso (sicuramente di destra) deriva da una diagnosi politica che vede la causa della crisi nell’assenza di una Destra liberale capace di dar vita ad una “cultura dello Stato”
    CQFD.

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