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«Ormai da Verona a Vibo Valentia siamo tutti un po' meridionali»

  1. #1
    ... SteekHutzee
    Uomo 32 anni
    Iscrizione: 19/7/2008
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    Piaciuto: 100 volte

    Predefinito «Ormai da Verona a Vibo Valentia siamo tutti un po' meridionali»

    (...) È tenace il luogo comune secondo cui l’Italia sarebbe il paese delle tante capitali. La terra delle centocittà. La nazione più variegata e cangiante del mondo, dove a ogni colle cambiano l’accento e il modo di farcire i ravioli. Il paese dalle mille storie diverse l’una dall’altra, a seconda della latitudine, del ceto sociale, della tradizione locale. Una penisola lunga e stetta, mai uguale a se stessa, dove si passa da ghiacciai eterni a mari caldi, da Stati preunitari governati da Cavour e Ricasoli ad altri retti dai Borboni e dalla triade festa-farina-forca. Un paese spezzato tra un Nord industriale, moderno, avanzato e un Sud assistito, bigotto, arcaico. Ebbene, sono convinto che non sia così. Meglio; che non sia più così. Certo, il paesaggio naturale e umano muta a ogni casello dell’Autosole. Certo, nascere a Lodi piuttosto che ad Afragola, a Parma piuttosto che a Vibo Valentia, a Verona piuttosto che ad Alcamo significa avere a disposizione un reddito medio tre volte più alto, scuole migliori, infrastrutture più efficienti, credito più agevole per le imprese, una pubblica amministrazione più snella, un tasso di criminalità minore (e prezzi maggiori). Ma non esiste l’Italia del bene comune e quella del «particulare». Non c’è il paese delle virtù civili e quello degli interessi privati. Esiste una sola Italia: l’Italia de noantri. Noi italiani siamo diventati, nel bene e nel male, un po’ tutti meridionali. (...)
    Aldo Cazzullo, tratto da «L’Italia de noantri. Come siamo diventati tutti meridionali»
    Il vecchio Piemonte delle Langhe e di Cavour ha perso da tempo le sue virtù risorgimenta*li. E poco o nulla è rimasto, da quelle parti, del decoro piccoloborghese o della sana ipocri*sia o, ancora, del rispetto per le forme. Quel Pie*monte non è più altra cosa rispetto all’eterna Na*poli borbonica o all’infida Roma papalina. «Sia*mo diventati tutti meridionali», ecco il punto. Ed è infatti questo il sottotitolo che Aldo Cazzul*lo, firma di punta del Corriere della Sera, ha scel*to per il suo ultimo libro: «L’Italia de noantri». Del resto, è vero o non è vero che i camerieri a Vicenza, la «sacrestia d’Italia», la città di Ru*mor, non hanno più voglia di lavorare? Ed è ve*ro o non è vero che a Milano come a Reggio Emi*lia mancano i taxi alla stazione? E a Genova non convivono 61 famiglie della criminalità organiz*zata: 32 legate alla ’ndrangheta, 13 alla camorra e 16 alla corona unita?
    E poi chi può negare che al Nord si evade il fisco come al Sud, che il traffico è meno conge*stionato e che i clacson rompono i timpani allo stesso modo? Non solo. Al Nord forse non si sa*le sui bus senza biglietto? Forse non esiste l’eco*nomia sommersa? Forse non si lavora in nero? «Forse al Nord non si paga il pizzo, non si prati*ca l’usura, non si sfrutta la prostituzione, non si cede al racket? Forse a Torino, Milano, Bologna non si ricicla il denaro della camorra, non si compra la droga?», chiede insistente Cazzullo a un disarmato Erri De Luca nel corso di un recen*te colloquio dedicato al suo libro.
    «Sì, è così. Non ci sono più due Italie», risponde l’autore di «Il giorno prima della felicità». Non sono d’accordo. Ma sia chiaro: non per assolvere il Sud e coloro i quali lo hanno gover*nato negli ultimi anni. Non sono d’accordo, per*ché se la meridionalizzazione c’è e non si può negare, il divario resta, eccome. «L’Italia de no*antri» è un affresco assai efficace dell’Italia di og*gi, un paese dove, al Nord come al Sud, «l’ascen*sore sociale è guasto» e «il familismo prospe*ra ». E fulminanti sono i ritratti di protagonisti come Berlusconi, Fini o Tremonti. Tuttavia, sul*la meridionalizzazione che avrebbe unificato il Paese, seppure al ribasso, c’è molto da dire. La tesi è assai cara a Cazzullo, che l’ha antici*pata nel suo precedente «Outlet Italia». Già allo*ra non vedeva dove fossero i Ricasoli e i Min*ghetti, ma vedeva bene dov’erano i Borbone: «dappertutto». Nel dipingere questo quadro, Cazzullo non è solo. Gode, anzi, di un’ottima compagnia, fatta sia di meridionali, sia di «nordisti». Il che dimo*stra che la tesi non è di per sé riconducibile a un atteggiamento «leghista» o comunque antisudi*sta. Me ne sono reso conto quando ho scritto «Bassa Italia».
    Di meridionalizzazione dell’Italia si parla sin dai tempi di Francesco de Sanctis. Quando era ministro di Cavour e di Ricasoli e come la Gelmini tentava di mettere mano al rior*dino della pubblica istruzione, De Sanctis fu og*getto di un duplice attacco: da parte dei napole*tani, che lo accusavano di volerli piemontesizza*re; e da parte dei piemontesi, che al contrario credevano di essere napoletanizzati. Fu poi Sciascia a dare corpo a una vera e pro*pria teoria. La chiamò «della palma o del caffè ristretto», perché sia l’albero, sia la bevanda sono tipici delle aree calde, meridionali, e con mafia e scandali, diceva Sciascia, salgono, come il mercurio di un termometro, su su per l’Italia. Di meridionalizzazione hanno poi parlato, tra gli altri, sia i piemontesi Ceronetti e Bocca, sia, più di recente, il casalese Saviano, le cui pagine di «Go*morra» lasciano addirittura intravedere una mondializzazione delle cattive pratiche camorri*stiche. Insomma, non è più la pedagogia pie*montese a civilizzare i meridionali, ma questi ul*timi a esportare i loro disvalori, le loro ansie agorafobiche, il loro protezionismo familisti*co-criminale.
    Non più vittime ma carnefici. Non più soc*combenti ma egemonici. Anche quando usata per mettere in guardia dal declino italiano e non in chiave «nordista», questa tesi resta co*munque una tesi a rischio. Intanto, perché può comunque alimentare, al di là delle intenzioni, il pregiudizio antimeridionale. E poi perché, co*me si diceva, meridionalizzazione e declino non procedono di pari passo. In realtà, l’idea della meridionalizzazione tende a rappresentare un Paese con un Sud in movimento e un Nord so*stanzialmente fermo. Ma è davvero così? O, pa*radosso nel paradosso, qui davvero il Sud-Achil*le non riesce mai a raggiungere il Nord-tartaru*ga? È assolutamente vero, allora, come dice Caz*zullo, che non c’è più un’Italia del bene comune e un’altra del particulare e che ovunque, anche se si chiamano in modo diverso, i ravioli hanno ormai lo stesso sapore.
    Ma perché sottovalutare che la distanza economica tra Nord e Sud sia an*cora quella degli anni Cinquanta? Che dal Sud sia ripresa l’emigrazione? Che qui ci sia molta più inefficienza amministrativa? E che nelle clas*sifiche del Sole-24 Ore le nostre città siano sem*pre in fondo e mai al top? «Mal comune mezzo gaudio», si dice. Se così fosse saremmo a cavallo. E invece no. La meri*dionalizzazione non ha dimezzato il divario, lo ha anzi acuito. «Certo, nascere a Lodi piuttosto che ad Afragola, a Parma piuttosto che a Vibo Valentia non è la stessa cosa», scrive Cazzullo. Appunto. L’Italia si sarà anche meridionalizzata, ma perché non vedere che il Meridione, per re*sponsabilità delle sue stesse classi dirigenti, si è nel frattempo ulteriormente meridionalizzato? Dipingere un’invasione alla rovescia, dal Sud verso il Nord, non è sbagliato, ma certo non con*sola i meridionali e chissà se aiuta davvero l’Al*ta Italia.





    «Ormai da Verona a Vibo Valentia siamo tutti un po' meridionali» - Corriere del Mezzogiorno

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  3. #2
    Can che dorme Wolverine
    Uomo 35 anni
    Iscrizione: 2/4/2006
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    Purtroppo mi ritrovo a condividere gran parte di questa tesi....

  4. #3
    Scrivano Lucien
    Uomo 36 anni da Imperia
    Iscrizione: 10/10/2008
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    In pratica la tesi sarebbe che l'unità culturale si è avverata solo nel senso negativo?
    Non mi stupirebbe, in un paese dove da sempre gli onesti lo pigliano nel maniglione antipanico e i furbi fanno la dolce vita. Per forza che a lungo andare la perdi la voglia di sbatterti per i sacri ideali, il re e la patria.

  5. #4
    Can che dorme Wolverine
    Uomo 35 anni
    Iscrizione: 2/4/2006
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    In pratica sì, Lucien.....afferma che ai tempi dell'Unità un indubbiamente più avanzato e progredito Nord ha tentato (magari per fini personali, ok, ma comunque i modi erano ottimi ed utili) di far "avanzare" anche il Sud fino ai loro livelli.

    Mentre via via si sta ottenendo il risultato opposto, e cioè che è il Nord ad essere in discesa verso i livelli del Sud.....

    Davvero deprimente, ma purtroppo vero....

  6. #5
    Dovahkiin
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    Veramente se proprio vogliamo parlarne dal momento dell'Unità è stato il meridione ad essere soffocato dai debiti e dalla politica economica dell'ex Regno di Sardegna.

  7. #6
    Can che dorme Wolverine
    Uomo 35 anni
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    Quote Originariamente inviata da drkheart Visualizza il messaggio
    Veramente se proprio vogliamo parlarne dal momento dell'Unità è stato il meridione ad essere soffocato dai debiti e dalla politica economica dell'ex Regno di Sardegna.
    Quella stessa politica economica che però aveva portato il nord ad essere centomila volte più progredito del sud, in ogni senso.....avrà anche avuto dei debiti ma indubbiamente funzionava una meraviglia.....senz'altro meglio di quella borbonica.

    Oppure stai per caso rimpiangendo i borboni come qualcun'altra che non nomino se no mi scassa le palle?

  8. #7
    Dovahkiin
    Utente cancellato

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    Quote Originariamente inviata da Wolverine Visualizza il messaggio
    Quella stessa politica economica che però aveva portato il nord ad essere centomila volte più progredito del sud, in ogni senso.....avrà anche avuto dei debiti ma indubbiamente funzionava una meraviglia.....senz'altro meglio di quella borbonica.

    Oppure stai per caso rimpiangendo i borboni come qualcun'altra che non nomino se no mi scassa le palle?
    Beh, le politiche economiche vanno bene in un posto ma possono non andare bene in un altro, vanno contestualizzate.

    Non è che se una politica va bene nel nord, che era in pieno sviluppo industriale, essa deve venire applicata nel sud che aveva un'economia essenzialmente fondiaria.

    E se proprio vuoi saperlo economicamente parlando i Borboni sono stati MOLTO ma MOLTO più bravi nella gestione del meridione.

  9. #8
    Can che dorme Wolverine
    Uomo 35 anni
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    Quote Originariamente inviata da drkheart Visualizza il messaggio
    Beh, le politiche economiche vanno bene in un posto ma possono non andare bene in un altro, vanno contestualizzate.

    Non è che se una politica va bene nel nord, che era in pieno sviluppo industriale, essa deve venire applicata nel sud che aveva un'economia essenzialmente fondiaria.

    E se proprio vuoi saperlo economicamente parlando i Borboni sono stati MOLTO ma MOLTO più bravi nella gestione del meridione.
    Eh, infatti si vedevano i risultati.....ferrovie quasi zero a parte la Napoli-Portici, due o tre università in tutto il centro-sud, pochissimi licei comunali, malcontento generale....

    Mìnchia come sono stati bravi, eh, se avessero già inventato a quei tempi il premio Nobel di sicuro gliel'avrebbero dato

    Ah già, ma eravamo grandi produttori di saponi Pensa te che culo, almeno eravamo puliti....

  10. #9
    Dovahkiin
    Utente cancellato

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    Quote Originariamente inviata da Wolverine Visualizza il messaggio
    Eh, infatti si vedevano i risultati.....ferrovie quasi zero a parte la Napoli-Portici, due o tre università in tutto il centro-sud, pochissimi licei comunali, malcontento generale....

    Mìnchia come sono stati bravi, eh, se avessero già inventato a quei tempi il premio Nobel di sicuro gliel'avrebbero dato

    Ah già, ma eravamo grandi produttori di saponi Pensa te che culo, almeno eravamo puliti....
    Ma cosa c'entrano fattori sociali come le università e i licei? Ricordo inoltre che a Napoli c'era la Federico II, che era tra le Università più prestigiose d'Europa.

    Cosa c'entrano le ferrovie che erano praticamente nulle anche all'arrivo del Regno di Sardegna e saranno costruite dopo, indebitando fortemente il Paese e pregiudicando le successive politiche economiche?

    Perchè non parliamo invece dei veri fattori di politica economica?
    L'aumento delle tasse sui fondi agricoli che di fatto strangolò l'economia agricola meridionale per consentire al fisco di abbassare le imposte al nord favorendone l'industrializzazione?
    Le imposte sull'esportazione dei prodotti agricoli mentre dall'altro lato veniva incentivata l'esportazione dei prodotti industriali?
    La ricaduta dei debiti delle guerre sostenute dal Regno di Sardegna per affermare la propria egemonia sulle casse del Regno delle due Sicilie?

    Parliamo di questi, che son fattori economici.

  11. #10
    FdT quasi assuefatto
    Uomo da Palermo
    Iscrizione: 24/8/2007
    Messaggi: 472
    Piaciuto: 0 volte

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    la piemontizzazione è stata un errore madornale che piangiamo ancora oggi,per favorire il nord si sono messe in ginocchio le poche realtà industriali presenti al sud,come quella di salerno per esempio,per non parlare delle decisioni vergognose prese in campo agricolo

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