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Mister Pibody Strike Back

  1. #1
    Overdose da FdT
    Uomo
    Iscrizione: 29/9/2004
    Messaggi: 6,184
    Piaciuto: 122 volte

    Predefinito Mister Pibody Strike Back

    (umorismo tutto inglese)
    Nella pace della notte di fine estate, l'intera Lewisham dormiva il
    suo placido sonno. Tutto era quieto: ogni strada deserta, ogni casa
    silente, ogni luce spenta. Tuttavia - ad avere l'accortezza di
    allontanarsi dalla via principale - dopo qualche centinaio di metri,
    tra le altre villette a due piani addormentate, se ne poteva
    facilmente scorgere una con la finestra da basso illuminata,
    nonostante l'ora tarda. Quella era la cucina del signor Pibody, e il
    signor Pibody in persona c'era dentro, seduto con aria
    preoccupatissima intorno al tavolo, mentre s'ingozzava di Sherbet
    Lemon per stemperare la tensione.In cuor suo, il signor Pibody si era
    sempre ritenuto un uomo affidabile, regolato, di sani principi. E ora
    invece, a cinquant'anni suonati, si scopriva un pervertito. Non poteva
    farsene una ragione. Ore prima aveva provato a esternare alla signora
    Pibody i suoi timori, in maniera discreta si capisce, e non senza un
    certo dignitoso sussiego. Oddio, se non altro all'inizio.
    Si era concesso una blanda digressione prima di entrare nel vivo:
    "Tempo gelido in questi giorni, nevvero cara?" aveva esordito.
    "Difatti..." aveva risposto la signora Pibody, del tutto assorbita
    dalla preparazione di una sontuosa Kidney Pie per il pranzo
    dell'indomani.
    Il signor Pibody fu compiaciuto, fino a quel momento tutto bene. Con
    ardita oratoria saltellò leggiadramente di argomento in argomento,
    mentre meno leggiadramente saltellava intorno alla signora Pibody
    affaccendata. Quando arrivò agli estremi di una conversazione sul volo
    radente dei falconi di Nottingham, la signora Pibody rimase
    interdetta. "Reginald, che hai?". "Henrietta, sono un maniaco!" sbottò
    esasperato il signor Pibody, sull'orlo delle lacrime.
    "Era ora, caro! Alfine, quel corso ha dato i suoi frutti" rispose la
    signora Pibody, del tutto fraintendendo i sentimenti del consorte.
    "Là!" aggiunse, dando un ultimo tocco artistico alla Kidney Pie, e
    rimirandosela con occhio critico prima di riporla in frigo. "Io vado a
    letto caro, non far troppo rumore quaggiù, non vorrei tu svegliassi
    Georgette". Poi si era messa i bigodini, la crema da notte alla papaya
    thaylandese, e si era ritirata in camera augurandogli la buona notte.
    Ma non poteva essere una buona notte per il signor Pibody. Come del
    resto non lo erano state le tre precedenti - e ci giurava - non lo
    sarebbero state neppure le tre seguenti. Restò lì a struggersi a lungo
    sulla sua depravazione, ma ben attento a non emettere suono. Perché -
    che il cielo misericordioso lo scampasse - la sola idea di trovarsi
    nel cuore della notte solo con Georgette gli aveva fatto aspirare
    altre due tortine in un sol colpo.
    Alla fine si convinse che era inutile starsene lì a rimuginare, così
    spense la luce sopra il fornello e salì le scale per andare in camera,
    borbottando tra sé e sé. Si girò e rigirò nel letto, quella notte,
    finchè la signora Pibody non gli mise la molletta nel naso. Era un
    riflesso incondizionato ormai, lo faceva senza svegliarsi. Dai tempi
    in cui il signor Pibody russava clamorosamente, ella dormiva
    stringendo in pugno una molletta da bucato, e non appena avvertiva una
    qualche turbolenza, gliela attaccava sul naso.Come facesse a prenderci
    ad occhi chiusi, mentre ancora dormiva, il signor Pibody non lo
    sapeva.
    Cominciò a favoleggiare di strane capacità della signora Pibody,
    simili a quelle dei pipistrelli. Si immaginò a capo di una pericolosa
    spedizione archeologica, mentre salvava l'intera squadra dalle tenebre
    di una piramide atzeca, grazie ai talenti di sua moglie. Il signor
    Pibody aveva sovente pensieri simili. Poi, lambito esoticamente dalla
    papaya thaylandese, finalmente si addormentò.
    Il signor Pibody fece un orribile incubo nel quale Georgette,
    impudicamente fasciata da un micro-bikini leopardato, gli saltava
    seduta sulle ginocchia trillando giuliva "Oncle! Oncle! Cavalluscio,
    oui?"
    Si svegliò tutto scombussolato, per poi accorgersi che la realtà non
    distava troppo dalla finzione onirica. Anzi, una scena identica si era
    verificata proprio un paio di giorni prima, fatta eccezione del
    micro-bikini leopardato. In quel frangente infatti, Georgette
    indossava un baby doll. Ma ai fini della vicenda, il signor Pibody non
    ne trasse alcun sollievo rilevante. Che cosa gli sarebbe toccato oggi?
    Il signor Pibody aveva avuto sentori infernali dal momento stesso in
    cui Georgette aveva varcato la soglia di casa sua. "La figlia di una
    mia cugina alla lontana che vive in Francia" aveva detto la signora
    Pibody. E il signor Pibody aveva annuito. "Una piccola vacanza a
    Londra, la piccina non l'ha mai visitata", aveva proseguito la signora
    Pibody. E il signor Pibody aveva annuito. "Non più di una settimana
    comunque, prima che le ricominci la scuola", aveva concluso la signora
    Pibody. E il signor Pibody aveva annuito.
    A cuor leggero aveva accolto lo scampanellio al portone, nel radioso
    mattino in cui Georgette era arrivata. Era ancora seduto a tavola con
    la colazione davanti, sorseggiando placidamente un tea, quando dopo
    aver fatto gli onori di casa la signora Pibody condusse l'ospite in
    cucina. E lì, il bonjour di benvenuto che si era preparato a sfoggiare
    di fronte alla giovinetta, si mescolò con la sorsata di tea che aveva
    appena incamerato, generando niente di meno che un attacco di tosse
    degno di un tisico.
    Il fatto è che Georgette non somigliava affatto all'idea che il signor
    Pibody aveva di "quindicenne". D'accordo, era passato del tempo, ma
    era certo che i suoi figliuoli non fossero così, quando avevano avuto
    quindici anni. Passi che questa Georgette non somigliasse a Philip,
    visto che Philip era un maschio. Ma non somigliava neppure a Suzanne,
    e Suzanne era indubbiamente una femmina. Avrebbe potuto somigliarle.
    Ma proprio non le somigliava.
    Ci pensò su meglio, cercando di ricordare la sua Suzanne a quindici
    anni: calzettoni e treccine. Pure Georgette aveva i calzettoni e le
    treccine. Però portava anche una minigonna plissettata, che forse
    addosso a una cariatide avrebbe impedito alle mutande di fare
    capolino, ma non su di un essere umano dotato di una normale - fin
    quanto moderata - motricità. Inoltre aveva su una canottierina che
    doveva possedere da molto tempo, e a cui doveva essere molto
    affezionata. Non si spiegava altrimenti per quale motivo continuasse a
    indossarla, considerato che doveva esserle stata giusta di misura
    grosso modo ai tempi della prima elementare. E questo era tutto.
    No, decisamente non rassomigliava alla sua Suzanne.
    Al signor Pibody rammentava qualcuna che aveva intravisto di sfuggita
    su un tabloid scandalistico, mentre faceva la fila alla cassa del
    Sainsbury's, ma gli sfuggiva il nome. Quando però Georgette con
    slancio gazzellato gli si lanciò addosso strillettando "Oh, l'oncle
    Rescinàl!", il signor Pibody venne colpito da un curioso quanto
    scioccante lampo di reminiscenza: nel suo cervello sentì limpida e
    quadrifonica una vocetta che implorava "Hit me, baby, one more time!".
    Per tutti i goal di Owen, ecco a chi somigliava!
    Il signor Pibody, superato il trauma iniziale, decise di comportarsi
    da uomo di mondo: stoico, saggio, ascetico. Un uomo a cui i meri
    eventi quotidiani sarebbero scivolati sopra come la pioggia su un
    burburry. Cioè, più o meno. Avrebbe forse coronato il suo ideale
    stilitico se fosse dipeso tutto da lui, ma così - ahimè - non era. La
    cara Georgette pareva essersi alquanto affezionata alla sua persona, e
    che il diavolo lo portasse se il signor Pibody riusciva a capire il
    perché. "E' una bambina in una città tentacolare e estranea" si
    ripeteva, soprattutto per farsi coraggio "si sentirà smarrita, e
    bisognosa di una figura paterna!". Anche se certo, aveva un modo
    singolare di dimostrarlo. Il fatto che riuscisse a finirgli davanti
    ogni qual volta percorreva lo stretto corridoio di casa, ad esempio,
    era quantomeno curioso. Il signor Pibody in quelle occasioni si
    appiattiva contro la parete, pretendendo con tutte le sue forze di
    imitare una sogliola. Possibilmente anche nel colore, in modo da
    risultare quasi invisibile davanti alla carta da parati a toni beige.
    Nonostante tutti i suoi sforzi mimetici però, il signor Pibody veniva
    sistematicamente tradito dalla sua stazza non proprio filiforme, e
    così - volente o nolente - finiva strusciato da Georgette, che dopo
    un'ulteriore scrollatina di sederino bisbigliava flautata "Pardon".
    Non gli pareva inoltre esagerato asserire, che a tavola, la brava
    figliola indugiasse un tantinello troppo nel passargli il sale o
    l'acqua, trasformando in soavi carezzine quella che fino a pochi
    giorni avanti considerava una innocente cortesia da pasto. Aveva
    scoperto poi con orrore che gli indumenti che aveva indossato il
    giorno del suo arrivo, erano tra i più coprenti del suo guardaroba.
    "Non trovi, Henrietta, che la cara Georgette si abbigli un poco, come
    dire..." - il signor Pibody era molto confuso e irrequieto, voleva
    sapere tra le righe se stava diventando matto, oppure se anche la
    signora Pibody - donna solida - aveva notato una qualche anomalia. "Ma
    via, Reginald, se certi vestiti non se li mette a quell'età, dunque
    quando?" e imbracciata la cesta del bucato si era diretta a stendere
    in giardino, fischiettando.
    Dunque era così. Era tutto nella sua mente obnubilata dal peccato! Era
    un essere lubrico e perverso! Era un pilifero...podologo...il signor
    Pibody non sapeva nemmeno come si faceva lo spelling di quella parola
    lì, ma lo era!
    Quella notte fece una strage di Sherbet Lemon, senza trovar pace.
    Il signor Pibody, rasserenato dal sonno ristoratore, si sentiva pronto
    per un nuovo giorno. Non pareva essere cominciato male. Cioè, se non
    si considerava il placcaggio mentre usciva dal bagno, effettuato da
    una Georgette coperta da un asciugamano che al signor Pibody parve
    delle dimensioni di un grosso tovagliolo. Neppure tanto grosso, a
    pensarci bene.
    Le cose però iniziarono a precipitare quando la signora Pibody
    comunicò di non poter accompagnare Georgette a Covent Garden, come le
    aveva promesso. "Un vero peccato, cara, lo so, è un mercatino
    delizioso", si era scusata di fronte al musetto imbronciato della
    piccola. Rimase imbronciata per poco però, perché giusto un secondo
    dopo trillò piena di esuberanza "Potrebbe accompagnarmi oncle
    Rescinàl, peut-être?". Il signor Pibody spalancò gli occhi per quanto
    gli fosse concesso dall'anatomia umana, giusto un tanto così
    dall'assomigliare all'alieno di Roswell, per intenderci. Era ancora in
    quella posa disdicevole quando sentì la signora Pibody pronunciare la
    sentenza della sua condanna a morte: "Ah sì, questa è una bella idea,
    non è vero caro?".
    Si ritrovò dunque a Covent Garden con Georgette, ma già sul metrò
    aveva cominciato a sentirsi a disagio. Gli pareva che tutti lo
    guardassero, e con biasimo. Una volta al mercatino tuttavia, desiderò
    ardentemente che una crepa si aprisse nel terreno per inghiottirlo una
    volta per sempre. Ora non gli pareva più che tutti lo guardassero, ora
    era certo che tutti lo guardassero: Georgette lo teneva per mano, lo
    pizzicottava, e il signor Pibody passava dall'amaranto al prugna
    intenso, camminando rigido come un golem artritico con evidenti
    problemi di sudorazione. La fanciulla, al contrario, scodinzolava
    entusiasta tutta la grazia che il buon Dio gli aveva donato.
    Non aveva sollievo neppure nel costatare che non doveva essere poi
    tanto matto a farsi venire certe idee: la fauna maschile nel raggio di
    un miglio aveva la salivazione azzerata, e gli lanciava sguardi
    d'invidia cinabrese. Quanto durò quello strazio, il signor Pibody non
    avrebbe saputo dirlo con precisione, ma era comunque già troppo.
    "Georgette, cara, direi si sia fatto tardi, è meglio rientrare" - "Oh,
    oncle Rescinàl, prima un scelato, oui? S'il vous plait! S'il vous
    plait!" e cominciò a tirarlo per un braccio puntando i piedi. Il
    signor Pibody non stava dubitando tanto sul fatto di comprarle un
    gelato o no, quanto su come avrebbe potuto arginare l'entusiasmo della
    bimba, se gli avesse detto sì. Del resto nulla sarebbe stato peggio di
    avercela attaccata al braccio col micro gonnellino che le sventolava
    da tutte le parti. In questo si sbagliava.
    In seguito al suo assenso Georgette gli era saltata addosso baciandolo
    appassionatamente. Il micro gonnellino garrente più che mai. Il signor
    Pibody provò l'inconsueta esperienza fisica di passare da zero a cento
    gradi Celsius, e questa cosa si ripeté più e più volte nell'arco dei
    seguenti cinque secondi. "Andiamo..." esalò, soltanto che per via del
    tramestio emotivo che stava subendo, la prima sillaba fu
    ultrasonicamente udita soltanto dai cani del circondario, la seconda
    sprofondò negli abissi della sua gola, e la terza non fu più di un
    colpo di tosse. Si sedettero nei tavolinetti di un caffè all'aperto
    sulla piazza, o meglio Georgette si sedette, ma il signor Pibody
    s'accasciò. Era lì che ci dava dentro sul suo cono gelato, pensando
    che ben presto tutto sarebbe finito, quando avvertì qualcosa di
    inusuale sul suo polpaccio. Il signor Pibody rimase interdetto, sul
    momento. "La circolazione?" - si chiese tra sé - "Ecco lo sapevo, sta
    per venirmi un colpo apoplettico" pensando miseramente che se lo
    sarebbe meritato. Poi però rifletté che non si era mai sentito di un
    colpo apoplettico che parte da un polpaccio, e si rasserenò. Tuttavia,
    la cosa inusuale non accennava a diminuire, anzi, gli pareva che ora
    si fosse spinta un po' più su, lambendogli voluttuosamente il
    ginocchio. Non ebbe più dubbi di che cosa si trattasse nel momento
    stesso che intercettò lo sguardo cupido di Georgette. "Squerk!" guaì
    il signor Pibody, ignorando il significato di quel verso, ma
    trovandolo appropriato. Georgette fece una risatina civettuola, e
    proseguì l'ascesa della gamba del signor Pibody col suo piedino
    sinuoso. Nel contempo, lappava con estrema lentezza il suo gelato,
    mostrando con più generosità di quel che le fosse dovuto, la linguetta
    rosea e conturbante. Il signor Pibody ormai aveva la postura di Ian
    Solo intrappolato nella grafite. Avrebbe tirato delle craniate sul
    tavolino di legno, se fosse stato capace di stornare lo sguardo da
    quel lavoro di bocca, ma proprio non gli riusciva. E non accennava a
    fermarsi, anzi, aveva cominciato a modulare con perizia colpetti
    veloci a leccate estenuanti per quello che sembrava un tempo
    incalcolabile. Infine, del tutto a tradimento, sembrò volerlo ingoiare
    interamente in un sol colpo, ritraendosi solo all'ultimo momento e
    riaccostando le labbra a cuore con un piccolo risucchietto: sliph!
    Al signor Pibody gli diventò di marmo.
    Annaspando nel panico più totale, col cervello che gli barbugliava e
    il pisello torreggiante, il signor Pibody elaborò soltanto che se non
    si toglieva di lì immediatamente, tempo un secondo e gli sarebbe
    venuta un'ischemia sulla piazza di Covent Garden. Sarebbe finito
    dritto all'inferno senza passare dal Via, dove demoni con sembianze da
    ninfette francesi lo avrebbero torturato leccando gelati a quel modo,
    per l'eternità. Ma peggio di questo, fu il pensiero della signora
    Pibody - monolitica all'obitorio - che sarebbe stata costretta a
    riconoscere la salma di suo marito, freddo, livido, e a ***** ritto.
    Fu troppo. Il signor Pibody s'alzò di scatto dal tavolino, e balzò via
    alla cieca.
    "Non ho ancora capito come diavolo hai fatto". Il signor Pibody era in
    ospedale, con la testa fasciata.
    La signora Pibody lo fissava piuttosto incuriosita. Steso su
    abbondanti cuscini il signor Pibody rispose sconsolato "Ti ho detto,
    Henrietta, è stato una specie di capogiro" - "D'accordo Reginald, ma
    ti hanno ripescato su una fioriera". Il signor Pibody sospirò
    derelitto. "La povera Georgette è così dispiaciuta, sapessi. Vorrebbe
    venirti a trovare". "Ringraziala da parte mia, cara, ma preferirei
    non mi vedesse in queste condizioni" disse volgendo gli occhi al
    cielo, simulando infinita tristezza. La signora Pibody annuì,
    comprensiva "Te la saluterò, parte dopodomani". "Via, io devo andare
    caro, lo sai che il giovedì ho la Canasta. Ci vediamo domani mattina".
    Il signor Pibody rimase solo nella stanza mentre fuori il crepuscolo
    diventava notte. Poco dopo scese dal letto e al distributore nel
    corridoio prese una confezione di Sherbet Lemon. Se li gustò
    immensamente ad uno ad uno, immaginando di essere una mummia
    onnipotente che consumava il suo pasto all'interno della sua
    gigantesca piramide.
    Il signor Pibody aveva sovente pensieri simili.


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  3. #2
    Emotionless~
    Ospite

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    Oddio....HUahusahuahsua è partito tranquillo poi più andava avanti più mi faceva ridere...Verso la fine stavo morendo ahuasuahsuahsua

  4. #3
    FdT-dipendente xMaia
    Donna 27 anni da Estero
    Iscrizione: 9/4/2008
    Messaggi: 1,884
    Piaciuto: 32 volte

    Predefinito



    nn l'ho letto tt..

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